Buona... notte a tutte! Non so chi a quest'ora possa essere collegata per vedere questo aggiornamento, ma è l'unico momento libero che ho trovato in questi giorni e avevo davvero voglia di rispolverare questa OS e farvela conoscere.
Partecipai ad un contest in cui le OS dovevano essere di ambientazione storica e portai questa, ora l'ho revisionata e ricontrollata, anche se sono sicura di peccare ancora con qualche errore.
Detto questo vi auguro BUON ANNO NUOVO a tutte voi che mi leggete. Spero di trovare tante recensioni a questa storia e spero presto di riuscire a postare anche un altra OS che ho e non ho ancora condiviso con voi.
Vi ricordo di leggere le storie del contest Natalizio a cui ho partecipato su FB, il link è il seguente: http://natale2015-twi-contest.blogspot.it/2015/12/la-segreta-passione-dellavvocato-cullen.html
Ci sono in totale 15 storie anonime che sono davvero meritevoli di essere lette e votate. Le modalità di voto le trovate sul regolamento! Sarebbe bello anche se mi individuaste, proprio voi che ormai conoscete il mio stile. Ovviamente, fino ad avvenuta premiazione, non potrò rivelare quale storia è la mia!
Mi auguro che la storia vi piaccia.
Il banner è gentilmente offerto da Sherazade.
Buonanotte e, come sempre, buona lettura.
Aly**

Parigi 1900
“Il Moulin Rouge.
Un locale notturno.
Una sala da ballo e un bordello.
Dove imperava Harold Zidler.
Un regno di piaceri notturni, in cui i ricchi e i potenti venivano a divertirsi con giovani e belle creature di malaffare.
Il mondo era stato travolto da una rivoluzione Bohemienne. Su una collina di Parigi c’era il quartiere di Montmarte, il cuore del mondo Bohemienne: musicisti, pittori, scrittori; i cosiddetti figli della rivoluzione.”
Da quando era arrivato a Parigi era rimasto affascinato dalla bellezza che lo circondava, Edward era il classico signorino inglese di buona famiglia: indossava abiti fatti su misura di stoffe pregiate, possedeva vaste terre nel nord Inghilterra, tutto grazie alla ricchezza di suo padre. Era cresciuto con un insegnante privato, sua madre gli aveva insegnato a leggere quando aveva solo cinque anni, di modo che avesse tempo per esercitarsi e diventare colto come suo padre. Non gli avevano mai fatto mancare nulla i suoi genitori: né regali, né conoscenza, né cultura, né svago. Frequentava famiglie importanti e veniva trattato con rispetto, anche se lui non si occupava di nulla, era tutta riconoscenza verso suo padre. Sempre e solo suo padre. Erano una delle famiglie più influenti del nord Inghilterra.
Di quel denaro e quel prestigio, però, lui non sapeva che farsene. Fin da quando era bambino adorava correre tra i prati delle loro tenute insieme al baronetto dei possedimenti vicini, esploravano la campagna arrivando fin sotto al fiume, amavano ognuno la compagnia dell’altro anche quando erano ormai ragazzi e piuttosto che correre per i loro possedimenti camminavano fino alla locanda di Mrs Duncan per giocare a carte con i loro coetanei. Nessuno dei due amava la compostezza e la serietà imposte dalle buone maniere, erano spensierati e avventurosi, liberi e giocherelloni; limitarli alla vita di casa chiusa e monotona li faceva sentire imprigionati. Crescendo però entrambi avevano sviluppato altre passioni solitarie: Jasper aveva scoperto l’amore per la pittura, Edward quello per il pianoforte; l’uno e l’altro si esercitavano molto, passando tantissimo tempo tra le mura domestiche ed abbandonando sempre più frequentemente le loro ore di svago insieme. Edward non poteva accettarlo, era come se si fosse allontanato di colpo da suo fratello. Aveva sempre desiderato una famiglia numerosa, dei fratelli o una sorella a cui badare, ma le famiglie dell’alta società non potevano permettersi di figliare quanto desideravano, erano solo le classi più povere ad avere la casa piena zeppa di bambini urlanti da educare. Sua madre e suo padre odiavano il rumore in casa. Aveva imparato ad amare lo studio come unica valvola di sfogo, leggeva molti libri, tutti quelli delle librerie di suo padre, aiutava sua madre a scegliere le stoffe migliori per la tappezzeria e per i nuovi abiti commissionati, si infiltrava nelle discussioni economiche del padre quando pensò di saperne abbastanza e di avere l’età giusta; ma gli appariva tutto noioso e abitudinario. Avrebbe voluto correre il rischio almeno per una volta nella vita, sentire il brivido di disobbedire, di essere indipendente e uomo nel mondo.
L’occasione si presentò ormai ventitreenne, quando il suo amico Jazz piombò a casa sua con una valigia pesante e una sacca in spalla per salutarlo, aveva deciso di partire per la Francia; la sua meta era Parigi.
Dapprima lo aveva guardato circospetto, un po’ adirato per non averlo messo al corrente prima di quella sua folle idea, poi l’aveva invitato ad aspettarlo e, preso un foglio e un pennino, cominciò a scrivere un biglietto ai suoi genitori.
“Cari genitori,
Mi trovo costretto ad allontanarmi da casa per qualche tempo. La mia curiosità mi spinge a ricercare cose del mondo che non ho ancora visto, la sete di sapienza mi obbliga a seguire Jasper nel centro della Francia e guardare con i miei occhi le novità che ho perduto sinora . Si parla di rivoluzione artistica, arte, cultura. Tutte cose che mi affascinano e che voglio conoscere.
Non me ne vogliate se vi lascio senza un saluto, sono convinto di tornare al più presto. Considerate questo mio allontanamento come una breve vacanza.
Spero di tornare con qualcosa in più da offrire alla nostra famiglia.
Vi amo,
vostro Edward.”
Era stato conciso e sbrigativo, forse i suoi non lo meritavano ma sentiva crescere dentro di lui la smania di sapere, di partire, di arrivare. Corse da una parte all’altra della casa, raccogliendo ciò che gli pareva utile; aveva recuperato, da sotto il suo enorme letto, una valigia robusta e una sacca ed aveva iniziato a riempirle entrambe di abiti e di cianfrusaglie che gli erano care. Non sapeva quanto tempo sarebbe stato lontano da casa, ma era sicuro che il buon nome di suo padre non sarebbe arrivato sin lì fornendogli garanzie economiche come in territorio di casa, e i soldi che aveva racimolato non gli sarebbero bastati a lungo. Poco gli importava al momento, l’adrenalina scorreva nelle sue vene e faceva apparire ai suoi occhi tutto meraviglioso, tutto semplice, ai problemi ci avrebbe pensato in seguito!
Ricordò di mettere in valigia alcuni libri, non se ne sarebbe separato per nulla al mondo, sperava che una volta giunto in Francia la fortuna gli permettesse di trovarne ancora, per vedere se i libri di quella terra fossero diversi da quelli che si trovavano in Inghilterra.
Indossò una giacca pesante sopra le sue braghe un po’ sgualcite ma comode, scelte per il viaggio, e raggiunse Jasper indossando il suo miglior sorriso.
“Andiamo!” Gli disse solamente, chiudendosi la porta d’entrata alle spalle.
Il lungo viaggio in treno, durato tutta la notte e buona parte della mattinata, li aveva sfiniti. Quei sedili di legno erano così scomodi che non riuscirono a riposare, l’odore dei freni, poi, penetrava all’interno delle cabine e non permetteva di respirare bene. Ma entrambi erano così elettrizzati che quando salirono sul traghetto per arrivare in Francia stettero ore in piedi a guardare il mare attorno e le coste della loro terra allontanarsi.
“Io ero preparato a giorni e giorni di viaggio, ho avuto mesi per pensarci, ma tu Edward no, come mai questa improvvisa voglia di partire?” la domanda era stata fatta nel momento in cui avevano preso il treno che li avrebbe condotti a Parigi.
“Mi sentivo chiuso. Costretto a una vita che per me stesso non avrei mai scelto. Meglio di chiunque altro sai che odio starmene con le mani in mano ad aspettare che mio padre decida che è il momento giusto per inserirmi negli affari di famiglia. Affari che in ogni caso non desidero portare avanti. La ricchezza mi è sempre stata un po’ stretta. Dato che la decisione proviene da te posso comprendere che per te sia la stessa cosa, no?” Rispose al biondino con un ghigno.
“Mio padre voleva farmi sposare Mary Elizabeth, la figlia di un barone le cui terre sono molto ricche e preziose, almeno per gli affari economici degli Hale. Se tu la potessi vedere Edward, fidati… scapperesti molto più lontano della Francia! E’ una ragazzina, viziata e cocciuta, prepotente e arrogante. Tutto ciò che ho sempre odiato in una donna! Il problema è che non è neppure donna, ha solo quindici anni e non ha nulla di interessante.”
La conversazione era proseguita fino al loro arrivo nella capitale della rivoluzione Bohemienne. Camminando per le strade fino all’alloggio in cui aveva preso contatti Jasper, tramite un amico che l’aveva preceduto in questo cambio di rotta, avevano potuto notare quanto quella città fosse ricca di cose meravigliose.
Cattedrali, statue, artisti di strada e giardini ricolmi di un verde così intenso che riusciva davvero a dare il senso di casa, un affetto, una speranza. Parigi era una città piena e viva. Una città diversa da quelle che avevano visitato in Inghilterra. La gente arrivava da ogni parte del mondo, la lingua diversa non era assolutamente motivo di paure o timori, se non ci si capiva l’un con l’altro ci si spiegava a gesti indicando, mostrando, muovendo le mani e biascicando parole sentite da qualche altra parte simili al francese di queste terre. Parigi pullulava di uomini e donne che volevano partecipare al boom artistico di quegli anni!
Edward e Jasper avevano affittato una piccola camera quasi del tutto spoglia, con un bagno minuscolo tanto da risultare ridicolo, due letti singoli che per la distanza a cui erano posizionati potevano sembrare un unico letto matrimoniale, una scrivania in legno chiaro e un armadio piccolo da dover condividere.
“Per il momento è la cosa migliore!” Si dissero, speranzosi di fare fortuna e di permettersi un alloggio migliore. Jasper di tanto in tanto si lamentava, per lui abituato alle stanze vuote di un’ala del palazzo solo per lui, in quell’anfratto non c’era spazio, privacy, solitudine; Edward invece, con l’anima da sognatore incallito che si ritrovava, forse ancora più del suo amico, non gli dispiaceva così tanto: si trovava in Francia, il resto non era importante. Aveva lasciato la sua cittadina, la sua casa e i suoi agi, la ristrettezza che il titolo della sua famiglia gli faceva sentire addosso, questa per lui era libertà e felicità. Quando si affacciava alla finestrella della loro camera e poteva osservare i tetti delle case, i palazzi, le strade che si diramavano in viottoli stretti come i rami degli alberi che abbellivano la vista, si sentiva a casa.
Sentiva che quello era il suo posto.
Con il tempo, però, si resero conto che farsi conoscere in una città così grande e popolosa era difficile, molto più che nella loro cittadina. Nessuno tra quelle strade conosceva il buon nome dei Cullen o degli Hale e più volte si trovarono a rimpiangere i bei tempi delle spalle coperte dalle loro famiglie. Non si persero d’animo, comunque, rimboccandosi le mani riuscirono a racimolare il giusto per vivere alla giornata. Jasper dipingeva per i passanti, chi acquistava i suoi quadri sorrideva e lo ringraziava per la bellezza di ciò che sapeva raffigurare; aveva un grande talento che nell’arco di un breve periodo iniziò a renderlo noto in città tra gli artisti.
Edward era stato, invece, più fortunato.
Era riuscito a trovare un posto come pianista al Moulin Rouge.
Harold lo trovò a suonare all’interno di un piccolo ristorante dove Edward lavorava qualche sera a settimana, intrattenendo gli ospiti che cenavano a lume di candela. Gli aveva offerto un lavoro, riconoscendo la sua bravura, e una camera all’interno del palazzo in cui alloggiavano gran parte delle ballerine e dei musicisti alle sue dipendenze.
Quel locale era qualcosa di indescrivibile.
Le luci erano così accecanti, brillanti per qualche minuto ed il momento dopo basse o buie tanto che lo disorientavano. I primi giorni fece fatica ad ambientarsi, poi imparò a concentrarsi solo sugli spartiti, sui tasti color avorio e fu capace di lasciare tutto il resto fuori. Aveva capito subito che quel locale, quel covo di uomini ricchi sfondati ed eleganti, con nomi seguiti o preceduti da titoli nobiliari era un bordello. Le ballerine non erano semplici intrattenitrici o semplici attrici, erano donne che si facevano pagare per continuare lo spettacolo negli appartamenti vicini al locale: signorine del malaffare.
Lui e Jasper avevano avuto modo di intrattenersi con qualcuna di loro, erano belle con un gran corpo e un’esperienza tra le lenzuola che Kate, la ragazza della locanda “Denals” a poche miglia ad Ovest della loro tenuta in Inghilterra, in mezzo alla campagna più fitta, poteva solo sognare di notte.
Dopo un incontro, però, era tutto finito: non c’erano sentimenti, emozioni e per il loro spirito allegro e alla giornata era meglio così. Non potevano permettersi delle relazioni, tanto meno con delle ragazze di quel genere.
Chissà le loro famiglie cosa avrebbero pensato!
Si divertiva, godeva delle attenzioni che le ballerine gli ostentavano, continuava a frequentare Jasper fuori dagli orari di lavoro, era libero di suonare il pianoforte come piaceva a lui, niente in quel momento poteva importargli di più. La pensava così Edward, ma tutte queste sicurezze vennero spazzate via dall’arrivo di una ragazza minuta e castana, di origine italiana, all’interno del Moulin Rouge.
Isabella, arrivò qualche mese dopo che Edward aveva cominciato a lavorare al locale.
Era dovuta scappare da casa a causa di uno scandalo che aveva investito con forza la sua famiglia. Lei e la sorellina più piccola, Alice, erano state concesse in moglie a due industriali austriaci dell’epoca. Entrambe avevano conosciuto i due uomini e non erano state contente della scelta che il padre aveva fatto: i due uomini erano molto più grandi di loro e puzzolenti, la loro pelle trasudava olezzi che neppure il sapone più costoso sarebbe riuscito a levargli.
Tutto sembrava procedere con grande calma, le nozze erano state sospese grazie al discorso che Bella tenne per persuadere suo padre a non farle sposare quell’uomo e di non cercare marito per Alice, ancora così piccola. La situazione precipitò, però, quando durante l’estate il padre delle due aveva deciso di permettere alle due ragazze una vacanza all’interno della tenuta di questi due omaccioni austriaci, che furono decisamente più persuasivi di lei.
Da lì un tracollo, la disperazione e la rabbia che le portarono alla decisione di scappare.
L’uomo destinato ad essere il marito di Alice non aveva rispettato i termini pattuiti con il padre delle due, il quale si era fatto promettere, nel buon nome della famiglia da cui provenivano, che non le avrebbero toccate neppure con un dito. Dopo solo qualche giorno che erano piombate in quella residenza fredda e grottesca, ad Alice era stata rubata la sua virtù senza il consenso e con una forza tale da non permetterle di ribellarsi.
Isabella, che sapeva e sentiva di avere la responsabilità della sorella minore, organizzò un piano per la fuga. Avrebbero oltrepassato il confine francese e avrebbero raggiunto Parigi, mischiandosi alla numerosa popolazione del posto.
“Non avere paura Al, ci penso io a te d’ora in poi.” Le aveva promesso mentre viaggiavano in treno allontanandosi da casa e dalla perdita di rispetto verso sé stesse.
La Francia sembrava la meta più raggiungibile. Isabella pensò a versare nei bicchieri dei due austriaci una grande quantità di vino, mescolato ad un infuso di valeriana e alcune gocce di un tranquillante che il medico le prescrisse prima di affrontare il lungo viaggio in treno qualche giorno prima. Quando i due crollarono alla fine del pasto nei loro letti, con ancora i vestiti indosso, Isabella e Alice raccolsero da sotto il letto il grande bagaglio che si erano premurate di preparare durante il giorno e affrontarono, a piedi, il lungo tragitto verso la stazione del paese. Non potevano acquistare biglietti o farsi vedere, per cui salirono al volo su un treno che trasportava fieno e bauli di vestiti e si nascosero grazie al buio della notte. Scesero quando il treno si fermò del tutto, attraversarono il resto del percorso che restava al confine svizzero-francese a piedi, passando per i campi e nascondendosi in vecchi fossati ormai asciutti e puliti. Ci misero giorni, settimane. Raggranellavano tocchi di pane e formaggio qui e là nei paesi vicini, nelle ceste che restavano incustodite per qualche secondo fuori dalle botteghe. Quando finalmente acquistarono il biglietto del treno che le avrebbe portate a Parigi si rilassarono entrambe, addormentandosi profondamente.
Parigi però non era come se l’aspettavano e la folla che imperversava nelle strade le faceva sentire piccole e impaurite. Trovarono alloggio in una camera matrimoniale a pochi soldi, in un palazzo fatiscente e sporco, con la tappezzeria bruciacchiata da qualcuno in precedenza, un armadio piccolissimo che a mala pena permetteva loro di appendere i cappotti ed un bagno che aveva una vasca talmente piccola da impedire l’allungamento delle gambe, anche per persone piccole come loro. La cosa che le aveva fatte optare per quella stanza, nonostante tutto, era la vista. Era situata in un quartiere apparentemente tranquillo, un palazzo che seppur mal ridotto era rispettabile e la Tour Eiffel che si scorgeva in lontananza. Era un sogno.
Per due ragazze come loro, senza famiglia alle spalle, senza un uomo al loro fianco, senza esperienza di lavoro o raccomandazioni c’era poco da fare, poche alternative valide e oneste. Mentre girovagavano alla ricerca di un impiego che assicurasse l’affitto della stanza e un pasto caldo ogni giorno, incontrarono Harold: un omaccione grassottello e ben vestito, con i baffetti impertinenti e uno sguardo malizioso in volto. Parlò loro del suo locale, gli promise un posto confortevole, pasti caldi, un medico e sicurezza, fu così persuasivo che le due giovani ingenue accettarono senza dubbio.
Quando la prima sera si accorsero di che genere di locare fosse, avrebbero voluto raccattare gli abiti per scappare a gambe levate. Quello non era posto per loro.
Erano pur sempre due ragazze rispettabili e formate, degne di un duca o di un barone, non di un bordello. Nessuno sembrava capirle, le osservavano come se non capissero il perché del loro timore; poi una ragazza tra le varie ballerine si avvicinò abbracciandole strette.
“Mi chiamo Monique, vedrete che questo lavoro vi farà bene, vi formerà e vi darà un alloggio e dei pasti caldi. Gli uomini non sempre sono così volgari e barbari. E’ un trampolino. Potreste essere accasate nell’arco di qualche mese e non preoccuparvi più di dover lavorare!”
Loro non volevano accasarsi, loro volevano vivere in pace con indipendenza.
Convinte di poter respingere per sempre ogni uomo che chiedeva i loro servigi, impararono le coreografie e i balli con difficoltà e impararono a recitare la parte delle cortigiane al meglio. Più erano brave più le gonne si riempivano di denaro che sarebbe rimasto tutto loro.
A fine serata, o a fine spettacolo, un uomo si avvicinava, si presentava galante e insisteva perché gli fosse mostrata la camera in cui alloggiavano.
Col susseguirsi insistente di richieste non poterono rifiutarsi all’infinito, cercare un altro lavoro a Parigi capirono essere impossibile per cui decisero di concedersi.
La loro vita era segnata da uomini ricchi e arroganti che usavano le donne a scopi sessuali senza amarle davvero, e così sarebbe rimasta per sempre. In quel bordello le loro speranze si affievolirono giorno dopo giorno, rendendole ormai rassegnate ed etichettate come cortigiane tutto il resto della loro esistenza.
L’unica tra le due che si sentiva un po’ meglio da qualche tempo era Alice, superato lo shock iniziale e i cambiamenti radicali che la vita aveva subito, si era ripresa ed aveva trovato gioia nel camminare per le strade di Parigi ad osservare i pittori che dipingevano. Ciò che la rendeva più allegra era un ragazzone biondo e riccioluto, che ogni sera aveva un fiore per lei e che era stato più volte nella sua camera da letto. Sapeva bene che innamorarsi era un lusso in quei tempi, che non poteva permetterselo, che un pittore squattrinato non faceva per lei al momento… eppure non poteva assolutamente impedire al cuore di battere più forte al solo pensiero di rivederlo.
Isabella, invece, si sentiva sempre più affranta al contrario della sorella, l’uomo che aveva desiderato sin dal primo momento in cui era entrata al locale di Harold, era già impegnato con tutto il resto delle ballerine del Moulin Rouge.
Edward, il pianista, passava ogni sera nella camera della ballerina che nessun borghese aveva scelto, oppure il tempo libero pomeridiano o la mattina, prima della colazione, non gli importava l’ora o il momento, gli bastava avere qualcuna con cui divertirsi. Lei lo osservava camminare per i corridoi o salire le scale mentre lei raggiungeva la camera di sua sorella per fare colazione insieme. Ogni volta lo salutava con un sorriso smagliante ed ogni volta veniva ricambiata da un sorriso composto e freddo. Sperava di farsi notare, che si accorgesse di lei e, volta dopo volta, restava delusa dalla distanza che metteva tra loro.
Si chiese cosa avesse fatto a quel ragazzo così affascinante, dai capelli color del bronzo, con gli occhi più verdi delle foglie degli arbusti delle rose. Lui proprio non la degnava di attenzioni.
Erano settimane, intere e lunghe settimane, che si intratteneva ad osservarlo durante le prove pomeridiane. Edward se ne stava seduto sullo sgabellino del pianoforte, poggiava le dita sui tasti color avorio e iniziava a muoverle saggiamente: nella sala si diffondeva una musica meravigliosa.
Isabella amava la musica, era capace di donarle la serenità che cercava. Aveva un giradischi in camera, vecchio e mezzo scassato perché raccolto dall’immondizia, quando voleva rilassarsi ascoltava qualche pezzo leggero e delicato, dischi trovati in svendita ad un baracchino dell’usato; c’erano anche momenti in cui voleva darsi coraggio, caricarsi per affrontare la serata e allora sceglieva qualche musica con ritmo forte e deciso. La sua preferita, comunque, restava sempre quella che lui decideva di suonare.
Non riusciva a provare davvero, con concentrazione, perché si perdeva sempre a guardarlo, osservarlo, desiderarlo fino a poter perdere i sensi. La concentrazione, poi, scappava per diventare rabbia quando notava che Tanya, una ballerina come lei, si aggirava sempre attorno a lui, senza provare come le altre: “Perché non ne ho bisogno!” Ripeteva altezzosa continuamente.
Si sedeva sulle sue gambe muscolose, gli accarezzava le braccia definite, sussurrava nel suo orecchio e lasciava baci lascivi sul collo. Si impossessava di lei una gelosia e un sentimento d’odio potentissimo. Tanya era una di quelle che si liberava sempre se Edward voleva fare un giro in camera sua, era bella, oggettivamente bella, i capelli erano rossi, ma non quel colore acceso da sembrare volgare, era piuttosto quel colore un po’ spento che attirava gli sguardi. Sul volto e sul corpo delle piccole lentiggini chiare che davano alla sua pelle un colore particolare e attraente. Ma aveva una marcia in più: il suo seno era prosperoso, morbido, stava su come per magia e lei lo valorizzava con corpetti che strizzavano le tette e le portavano al limite dell’esplosione. Era per questo che gli uomini sceglievano lei, gli uomini… e Edward. Non sapeva cosa significassero quelle strane morse allo stomaco, non sapeva come comportarsi, ma sapeva di dover fare qualcosa.
Iniziò a farsi desiderare, a curarsi ancora di più, a far capitare cose apparentemente casuali che l’avrebbero messa in mostra ai suoi occhi. Era stanca di sentirsi abbattuta per non essere riuscita a farsi notare fino a quel momento, ma Isabella lo sapeva, se si impegnava a fondo riusciva in ogni suo intento! Di tanto in tanto avevano chiacchierato, solo poche cose; era riuscita a sapere che non era originario della Francia, che era arrivato a Parigi dall’Inghilterra e che ancora non sapeva cosa voleva dalla vita. Lei dal canto suo era sempre apparsa timida e distaccata, rispondendo alle sue domande con deboli frasi, talvolta solo monosillabi.
Era stanca, però, di sentirsi così debole, così impacciata e chiese aiuto a Monique, senza spiegarle a cosa le servissero tutte quelle frivolezze.
Il primo giorno si fece trovare in difficoltà sulle scale, la gonna del vestito impigliata in una scheggia di legno e la posizione precaria. Edward, per caso, passava di lì esattamente in quel momento, uscito dalla camera di Tanya ancora ne portava il profumo addosso. In quel momento Isabella voleva urlare, ma lasciò che lui l’aiutasse con calma e gli regalò un sorriso malizioso quando lui le sollevò la gonna per sganciarla, mettendo così in mostra le sue gambe nude e lunghe, snelle ed eleganti.
Dopo qualche giorno, durante le prove pomeridiane, si prese una pausa di riposo e prese posto sulla scalinata in fondo alla sala, direttamente di fronte al pianoforte dove Edward suonava. Fece finta di controllare qualcosa nella scollatura e piano piano la tirò giù un pochino, centimetro per centimetro, guardando con la coda dell’occhio l’uomo di fronte a se.
Cercò sempre di tenere i capelli raccolti, lasciando buona parte della sua scollatura libera da ogni impiccio, per poter essere guardata. Mise un profumo nuovo, qualche goccia di una fragranza trovata sulla toletta di Alice e gli passò accanto, sperando che arrivasse fino alle sue narici.
Nonostante tutti questi sforzi dopo due settimane ancora non aveva raggiunto nessun risultato… decise allora di giocare diversamente le sue carte.
Edward restava sempre qualche tempo in più in sala, finite le prove, per suonare un po’ il pianoforte senza orecchie indiscrete che potessero ascoltarlo, anche se le pareti leggere di quel locale poco facevano per nascondere il suo operato. Un pomeriggio, stanca di dover combattere perché lui si accorgesse di lei, fece finta di dimenticarsi qualcosa nella sala e, accertatasi che nessuna delle sue compagne fosse nei paraggi, entrò rumorosamente.
Edward si voltò smettendo di suonare e lei arrossì sotto il suo sguardo, poi sorrise scusandosi. Si rese conto che era quello il motivo per cui lui non si accorgeva di lei, era imbranata nell’arte della seduzione e timida, non come le altre sfacciate delle sue compagne.
“Non pensavo ci fosse qualcuno, vado via subito… ho solo dimenticato… ” Non continuò la frase, procedendo invece verso l’altra parte della sala e raggiungendo uno dei tavolini dove era solita poggiare le sue cose. Aveva lasciato lì uno scialle, proprio per avere il pretesto di tornare.
“Non preoccuparti Isabella, stavo solo sgranchendo le dita.” Disse lui sorridendole appena. Il cuore di lei prese a battere forte. “Forse ci siamo!” pensò in mente sua. Era così attraente, così bello… e le sue dita erano meravigliose. Per non parlare di quelle labbra che le sembravano il frutto migliore al mondo. Avrebbe dato qualsiasi cosa per sentirle sulla sua pelle, almeno una volta, le ragazze parlavano di lui come un mago sotto le lenzuola, ne descrivevano le abilità e la solita frase era “Non c’è neppure da paragonarlo a tutti gli altri uomini gretti e volgari, lui si prende cura della sua donna e del suo piacere!”
Sì, avrebbe dato qualsiasi cosa per passare una sola notte con lui, almeno una.
“Beh, complimenti. Non mi intendo molto di musica e pianoforte ma quello che ho sentito era davvero bellissimo!” Fece qualche passo verso di lui, per approfondire la chiacchierata.
“Uh… grazie!”
“Vorrei saper suonare anch’io questo strumento, l’ho sempre trovato affascinante!” Lei continuò ad avanzare, con qualche altro passo lento, fino a fermarsi di fianco al pianoforte.
“Io trovo te affascinante!” Avrebbe voluto dire lui, ma si fermò prima di rovinare quella specie di amicizia che stava nascendo tra i due.
Lui si sentiva sempre più vicino a lei, voleva disperatamente conoscerla, in quelle ultime settimane l’aveva torturato con quei bustini più stretti, con quel modo di far scendere la scollatura o le gambe in mostra per qualche secondo. I pantaloni erano sempre stretti quando lei si trovava nella sua stessa sala, anche solo a pensarci. Allora si sfogava con altre ragazze, anche se non era mai quello che desiderava. Non voleva sporcarla ancora di più, lei si vendeva agli altri uomini per vivere, non voleva essere uno dei tanti, non voleva che lei pensasse di essere una delle tante.
Adesso erano lì, entrambi troppo timidi per dichiararsi, chiacchieravano con imbarazzo e timidezza, senza sapere i pensieri l’uno dell’altra.
“Anche se è uno strumento complesso, con dedizione si riesce a imparare anche da adulti!” Rispose Edward, strofinandosi le mani sui pantaloni di stoffa, cercando di far passare il sudore e la voglia di afferrarla stretta e toccarla, baciarla, leccarla fino a sentirla gridare dal piacere.
“Quindi c’è ancora speranza per me?” Chiese Isabella sorridente.
“C’è speranza per tutto nella vita, Isabella!” Lui rispose sorridendo dolcemente, mentre lei scuoteva la testa con un po’ di malinconia. Non c’era speranza per tutto, lei lo sapeva bene.
“Vorresti insegnarmi a suonare il pianoforte, Edward?” Si fece più intraprendente, ancora una volta, cercando di passare del tempo con lui, di trovare una passione in comune che permettesse loro di vedersi fuori dal lavoro. Lo desiderava, sentiva il suo profumo di uomo anche a quella distanza e voleva morderlo, baciarlo, sentire le sue mani sulla pelle.
“Io… non posso!” Disse subito lui, dandosi dello stupido mentalmente in seguito. A volte si sentiva così deficiente!
“Oh, cercherò un altro maestro altrove! Scusa il disturbo, ci vediamo.” Cercò di dissimulare la sua delusione usando un tono normale ma non era un’attrice, gli occhi la tradivano. Edward sospirò e si preparò a sentire la porta sbattere, era stato proprio uno scemo. Quando però lei gli passò vicino inciampò in qualcosa che era sul pavimento, o forse solo sulle scarpe slegate, e perse l’equilibrio.
Edward si sporse immediatamente e la sostenne per la vita, cercando di mantenerla in piedi e non farla cadere.
“Scusa, sono la solita imbranata!” Le guance di lei erano di un rosso porpora, era deliziosa e quella timidezza, quella tenerezza, lo eccitavano oltremodo. Era un dannato cretino a pensare una cosa del genere, ma non vedeva l’ora di affondare in lei ripetutamente guardando la sua pelle rossa per la fatica e il piacere che le donava.
“Non ti preoccupare.” Si guardarono per un momento negli occhi, sempre più vicini, le labbra quasi ad un passo… poi lei gli diede le spalle e scappò via. Non riusciva a capire lo sguardo di Edward, era un’incognita, come se fosse spinto in due diverse direzioni, fare il carino con lei e restare solo amici, o ignorarla. Entrambe però le facevano male il petto.
Edward invece pensava a come fare per non lasciarsi andare, come riuscire a non andare all’interno del palazzo, salire i due piani di scale e arrivare fino alla camera di lei, appena un piano sotto la sua, per poi chiudersi lì dentro per giorni.
Non ancora rassegnata Isabella fece l’ultimo tentativo. Se non avesse funzionato con quello che aveva in mente avrebbe lasciato stare la conquista di quell’uomo e si sarebbe dedicata ad altro.
La sera prima l’aveva visto entrare nella camera di Tanya, sapeva che non sarebbe uscito prima della mattina. Lei aveva dovuto passare la notte con un barone un po’ troppo eccessivo per i suoi gusti, ma quando all’alba, lasciandole dei soldi sul comodino, sparì prima ancora del canto del gallo, si alzò di tutta fretta e si preparò.
Quando Edward uscì dalla camera di Tanya lo fece in silenzio, la ragazza ancora dormiva e l’aveva lasciata riposare. Era da poco sorto il sole e sapeva che doveva sbrigarsi a tornare nel suo alloggio prima che Isabella lo vedesse. Odiava quando lei lo scopriva frequentare altre donne.
Quella mattina però il destino non era dalla sua parte, perché Isabella si trovava proprio lungo il suo percorso. Sgranò gli occhi quando la vide per terra, tra il corridoio e la porta. Si affrettò e la raggiunse parlando piano.
“Isabella, stai bene? Che è successo?” Lei scosse il capo arrossendo.
“Niente, non preoccuparti! Sono solo caduta, non so, ho piegato il piede malamente e mi sono ritrovata per terra!” Sentiva la gola bruciare e quella sensazione di quando stava per mettersi a piangere. Avrebbe voluto farsi trovare sulle scale per chiedere a Edward di fare colazione con lei dato che era già lì. Aveva indossato un vestito bluette con un bustino strettissimo e una generosa scollatura. Poi aveva sentito la porta di Tanya aprirsi e si era infilata le scarpette senza allacciarle bene, per fare in fretta era scivolata e si era ritrovata per terra, sconsolata e affranta. Edward di certo non la trovava eccitante così, stesa come un sacco di patate, ed era sicura che da un momento all’altro si sarebbe messo a ridere.
“Sei la solita pasticciona!” La stupì lui con voce tenera. Si avvicinò e la prese tra le braccia, infilandosi in camera di Isabella e deponendola sul letto. Lei non capì più nulla. “Chiamo il medico, ma tu stai ferma qui d’accordo?” Isabella scosse la testa velocemente, sapeva che non poteva permettersi di chiamare il dottore o Harold l’avrebbe lasciata a casa perché non poteva più ballare.
“No, per favore…” Lui dovette capirlo perché sospirò pesantemente e tornò a chiudere la porta che era rimasta aperta.
“Allora vorrà dire che darò un’occhiata al tuo piede, se mi preoccupa sentirai il dottore, se invece è solo dolorante starai a riposo per qualche giorno, parlerò io con Harold se devo, dirò che sei malata, e che hai solo bisogno di riposare.” Il modo in cui si prendeva cura di lei sembrava assurdo anche a sé stesso, ma ignorò i dubbi e prendendo la gamba di Isabella tolse la scarpa sentendo un lamento dalle sue labbra. “Scusa” Disse piano.
Fecero silenzio entrambi per numerosi minuti, lei godendosi il calore delle mani di Edward che l’accarezzavano; lui approfittando di quel momento per bearsi della morbidezza della pelle di Isabella.
La voleva sempre di più.
Lo voleva sempre di più.
“Allora dottore, come sto?” Cercò di scherzare lei.
“Non mi preoccupa, ma non vorrei che stessi male nei prossimi giorni, quindi stai a letto e riposati fino a domani, dirò ad Harold che non ti senti bene!” Si era alzato ed aveva posato con gentilezza la gamba di lei sul letto.
“Non posso, Edward!”
“Oh sì che puoi!”
“Uno, non ho fatto colazione, due non ho nessuno che si occupa di me, tre devo guadagnarmi da vivere!” Sbottò lei con rancore. Non era possibile che si trovassero nella stessa camera, con la porta chiusa e lei già stesa sul letto e lui… lui se ne stava andando. Sembrava un incubo.
“Ti porterò la colazione tra qualche minuto, dirò a tua sorella cosa è accaduto e per qualche giorno di riposo Harold non ti licenzierà! Ora non contraddirmi!” La voce imponente ma bassa, perché dal di fuori non si sentisse, la fece bagnare lì sotto. Desiderava ardentemente baciarlo, zittirlo, o farsi comandare mentre sbatteva dentro di lei selvaggiamente.
Quando tornò un quarto d’ora più tardi aveva un vassoio tra le mani. Una tazza di caffelatte, un croissant dolce, della confettura che producevano delle signore nelle campagne attorno a Parigi e un paio di panini al burro che lei adorava.
Edward lo sapeva.
Ogni mattina che si trovava a fare colazione in quel posto aveva osservato ciò che Isabella preparava sul suo vassoio. Non amava la baguette appena sfornata o qualche dolce che preparavano le cuoche in cucina. Lei divorava i panini al burro spalmandoci sopra quella delizia di frutta. E lui si perdeva a guardarla ogni volta, eccitato dalla vista di lei che con la lingua puliva le sue labbra.
“Grazie!” Disse debolmente mordendosi il labbro inferiore.
“Di niente. Ora vado, per qualsiasi cosa fai chiamare Alice, le ho detto cos’è successo e mi ha promesso che verrà da te subito dopo aver finito in sala da pranzo.”
“Mi spiace averti dato disturbo…” Mormorò Isabella a bassa voce, guardando al suo vestito che non aveva sortito nessun risultato. Lui si avvicinò di qualche passo.
“Non disturbi mai Isabella!” La sua voce calda le provocò una serie di brividi e sorrise arrossendo.
“Posso chiederti un favore? Puoi chiamarmi solo Bella? Solo tu…” Se gli rimaneva solo l’amicizia almeno poteva farsi chiamare come più desiderava, e non con quel nome lungo e così freddo, così distaccato. Lui sorrise alzando l’angolo della bocca, quello sinistro, verso l’alto e lei lo trovò magnifico. Era così bello, così uomo, così virile e allo stesso tempo così dolce. Un incontro perfetto dell’uomo che lei voleva al suo fianco.
Si abbassò verso di lei, per arrivare al suo orecchio. Era stanco di tutto questo distacco tra loro, voleva provarci, buttarsi. Da quando era arrivata non riusciva a staccarle gli occhi di dosso e negli ultimi tempi era così difficile resistere. Ma non voleva che fosse una nottata di sesso e basta, lui sentiva qualcosa… lui voleva di più.
E la voleva.
Voleva provarci.
“Buon riposo… Bella!” Soffiò nel suo orecchio, con la voce più sensuale che riusciva a fare lasciando poi un bacio lento e con labbra umide sulla guancia. Si girò velocemente, non prima di aver visto le guance di lei colorarsi di quel rosso che amava, ed uscì.
Gli prese un colpo quando il pomeriggio la vide in sala. Scarpette da ballo, abito per le prove e i capelli raccolti. Non si era forse raccomandato che restasse a riposo?
Lei però non riusciva a stare lontano da lui, per cui si era preparata, sperando di non sentire dolore al piede ed aveva raggiunto le compagne. Quando i suoi occhi incrociarono quelli di Edward sussultò. Era arrabbiato. Con lei? Cosa aveva fatto?
Alzò una mano per salutarlo e lui sbuffò. Sbuffò proprio.
Sgranò gli occhi per quel gesto maleducato, come era possibile che fosse lo stesso uomo che la mattina si era preso cura di lei?
Voleva avvicinarsi, abbracciarlo, lasciargli un bacio sulla guancia come quello che lui le aveva dato prima di andar via, soffiargli nell’orecchio tutte le cose che voleva fargli e poi sedersi in braccio a lui e baciarlo, toccarlo e…
“Non ti avevo detto di restare a riposo?” Sentì la sua presenza alle spalle e solo in quel momento si rese conto che le altre erano tutte attente a chiacchierare tra loro sedute, in pausa. Lui le aveva sussurrato nell’orecchio, avvicinandosi fino a poggiare il petto alla sua schiena.
“Devo lavorare per vivere, Edward!” Gli rispose piccata.
“Erano solo due giorni di riposo… è da quando sei arrivata che non fai altro che ballare, sculettare e agitare le tette!” Il suo tono deciso ma sussurrato per non farsi sentire da tutte la fece bloccare. Nessuno le aveva mai parlato così prima di quel momento, da quando era arrivata nessuno mai si era permesso di metterla di fronte al suo lavoro, allo squallore.
“Come ho già detto, devo lavorare per vivere!”
“Oh, sei esasperante Bella!” Disse d’impeto passandosi una mano tra i capelli. Non voleva che si stancasse, non voleva che mettesse a rischio la sua caviglia, ma lei era testarda.
“Cosa vuoi da me, si può sapere? Tu comunque sei un gran cafone. Rinfacciarmi il mio lavoro non è molto galante, conoscendo la mia situazione… come se tu facessi un lavoro tanto gratificante poi!”
“Ehi, vai piano! Non volevo offenderti prima… dicevo solo che…” Si trovava in difficoltà, solo dalle sue parole aveva capito che in qualche modo si era sentita offesa. Non voleva assolutamente umiliarla.
“Che?”
“Che sarai stanca, non hai mai preso un giorno di riposo. Hai lavorato anche quando stavi poco bene, ora devi fare attenzione!”
“Ti preoccupi per me?” Chiese lei di botto, sorpresa per le sue parole calme e tranquille, piene di significati strani per lei.
“Se fosse ti dispiacerebbe?” Ci stava provando. Ci stava provando davvero.
“No, è bello che qualcuno si preoccupi per me…” Rispose sorridendo e accarezzandogli un braccio.
“Ti piacerebbe che mi preoccupassi per te? Io?” Non sapeva neanche quello che stava dicendo, ma lei allargò gli occhi sorpresa.
“Cosa… cosa… vuol dire?”
Neppure Edward lo sapeva, ma si abbassò vicino al suo orecchio sorridendo, facendole credere che le avrebbe detto la rivelazione dell’anno.
“Se io, Edward… mi preoccupassi per te, come… come qualcosa di più che un amico… saresti contenta?”
Isabella rabbrividì e Edward lo notò compiaciuto. Entrambi sorrisero stando comunque in quella posizione, lui piegato verso l’orecchio di lei. Fece appena in tempo a sentire il suo Sì tenue, prima di essere trascinato via da Tanya per ricominciare le prove.
Iniziava ad odiare quella ragazza.
Edward si sentiva strano quella sera, aveva come un presentimento. Non capiva se era un cattivo o un buon presagio. Continuava a camminare su e giù per la sua camera, con le mani che tremavano e sudavano ed una voglia matta di uscire dalla porta e infilarsi in quella di Bella.
Quel pomeriggio si era arrabbiato tantissimo nel vederla provare, doveva avere più cura della sua salute e sperava solo che quella sera restasse in camera. Sarebbe passato alla fine della serata per vedere come stava, sperando che non dormisse già. Quella sera non voleva la compagnia di nessuna, sarebbe stato solo, come molto tempo prima. Voleva liberarsi dal corpo di ogni ragazza lì dentro per poter far capitolare Isabella, una volta per tutte.
L’aveva guardata da distante per tutti quei mesi e ci aveva scambiato pochissime parole, eppure si era innamorato dei suoi movimenti, della leggerezza con cui camminava, del portamento fiero, dello sguardo limpido. Era una ragazza speciale e bellissima. I capelli scuri lasciati sciolti le ricadevano sulla schiena in morbide onde che voleva accarezzare, la pelle così candida che sembrava il colore di una rosa, le labbra rosse e piene che gli facevano venire voglia di baciarla per ore. E poi le gambe… le gambe di lei quando erano scoperte erano una meraviglia e le immaginava mentre si allargavano per permettergli di entrare in lei per poi chiudersi attorno al suo bacino. Quei pensieri, quelle immagini nella testa, lo fecero sorridere e dovette aggiustarsi i pantaloni per non sembrare sconveniente. Scese di sotto, nella sala grande, pronto per entrare in scena. La sua postazione, insieme a quella degli altri musicisti era nascosta, in un angolo illuminato sempre, anche quando la pista era buia per il gioco di luci dello spettacolo del momento. Nessuno si accorgeva di loro. Nessuno tranne Isabella.
Lei era tra le ballerine posizionate al centro della sala, pronte in posizione davanti a tutti quegli uomini pronti a toccare, pronti a lasciare mance generose e garantirsi l’accesso in camera da letto per quella notte.
Lei lo vide sedersi sul suo sgabellino e come se lo percepisse, Edward si girò. I loro occhi si incatenarono e lei sbiancò dalla durezza del suo volto. Era incazzato come una bestia. La mascella contratta e le labbra serrate erano un chiaro segno della rabbia che lo pervadeva e i pugni chiusi sulle gambe anche. Non sapeva se era per colpa sua, ma immaginava di sì dato che non aveva rispettato il riposo neppure per quella sera. Eppure aveva una voglia matta di chiuderlo in camera, spogliarlo velocemente e baciarlo, morderlo, leccarlo, tastare la consistenza delle sue braccia con le mani, del suo petto. Aveva voglia di allargare le gambe per lui e guardarlo mentre entrava dentro di lei. Si sentiva una sporcacciona, ma era l’unico che gli faceva venire voglia davvero di fare sesso.
Edward, dal canto suo, la fissava negli occhi e anche nella scollatura che il vestito per la serata offriva a lui… e a tutti gli altri presenti. Era infuriato. Non l’aveva ascoltato neppure quella sera. Sapeva bene che lei faceva quello che voleva, non era nessuno lui per poterle dare ordini, ma si preoccupava, gliel’aveva spiegato quel pomeriggio, perché non l’aveva accontentato?
E poi se ne stava con lo sguardo fisso su di lui e lo faceva sentire a disagio perché quegli occhi se li immaginava la notte. Immaginava di tenerla sotto di lui, con le braccia alzate sopra la testa e tenute forte da una sua mano, i seni alti che gli arrivavano in bocca e lui che spingeva dentro di lei più volte, furiosamente.
Quegli occhi erano la sua rovina.
Harold arrivò, come ogni sera, prese il suo bastone e lo alzò al cielo, quando lo mosse verso il basso la musica iniziò e la serata ebbe inizio. Edward sapeva i pezzi a memoria, ogni nota, ogni tasto da premere, era una fortuna, così poteva cercare Isabella in mezzo alla folla.
Stando a lungo in quel posto le luci non gli davano più fastidio, si era abituato ai giochi dei ragazzi che muovevano i fari, il problema era solo individuare lei. Ci mise tanto perché il pezzo che ballavano era frenetico, per caricare i clienti e gli spettatori. Poi la vide e sorrise. Nonostante la caviglia dolorante ballava e sorrideva. Nonostante fosse costretta a mostrare le gambe, a fare la maliziosa con gli uomini e a portarseli in camera ogni sera per soddisfarli, non si era mai lamentata, aveva sempre tenuto la testa alta, sentendosi orgogliosa di potersi comprare quello che voleva, fuori di qui.
Lei ballava e ballava, muoveva le gambe, una giravolta, due… e poi la mente pensava al rossiccio seduto dietro di lei, con le mani a produrre quei pezzi meravigliosi.
I minuti trascorrevano lenti, troppo lenti. Loro si cercavano tra la folla.
Isabella guardava verso Edward in un momento di tranquillità e lui la seguiva per tutta la sala.
Quando la vide chiacchierare con un gruppetto di uomini sapeva già che quella sera non sarebbe potuto passare da lei. Lo stomaco si strinse e non voleva ammettere di provare gelosia. Scacciò il pensiero di corsa come era arrivato.
Era impensabile voler andare a tirarla via da lì, era il suo lavoro ed Edward lo sapeva bene.
Isabella si sentiva osservata, sapeva che lui la stava guardando e impallidì per un attimo. Non voleva dargli l’impressione sbagliata, anche se questo era il suo lavoro, il suo cuore era chiuso dentro una fortezza, voleva innamorarsi, fuggire da quel luogo e occuparsi di una casa, di alcuni bambini e avere sempre e solo il suo unico uomo nel letto.
Raccolse le mance che gli uomini le porgevano, tra complimenti e battutine maliziose e poi sgattaiolò via, facendo la preziosa. Aveva imparato bene e preso dimestichezza nel muoversi tra quella gente; le facevano ribrezzo ma pagavano bene e lei aveva già messo da parte un bel gruzzolo per i giorni e i mesi futuri. Non bastava però.
Avrebbe voluto tornare a fare il pane come faceva in Italia, o torte profumatissime e biscotti, che facevano venire l’acquolina in bocca. Desiderava ardentemente essere fuori da quel luogo e poter vivere libera.
E invece anche per quella sera sapeva che doveva avere qualcuno nel suo letto.
Harold non permetteva quasi nessuna pausa durante la serata, né alle ballerine, né al resto del personale. Lo sapevano tutti.
Eppure Edward volle sfidare la sorte.
Chiese al ragazzo dietro la parete se poteva chiamargli Harold che era a pochi passi da loro, sapeva che non sarebbe stato contento.
Quando gli arrivò accanto invece aveva uno splendido sorriso, profumo di soldi probabilmente!
“Ragazzo, mi cercavi?” continuando a suonare Edward annuì.
“Posso prendermi una pausa nel cambio della canzone? Giusto cinque minuti per andare in bagno e bere qualcosa…” Harold sorrise e poggiò una mano sulla sua spalla.
“Certo ragazzo! Chiamerò Eric che ti sostituisca, cinque minuti!”
I soldi facevano davvero miracoli.
Era veramente andato a bere un bicchiere di qualche liquore che servivano lì, uno forte che gli permettesse di non pensare a Isabella tutta la sera. Avrebbe avuto dei clienti e non poteva assolutamente irrompere in camera e farle perdere quei soldi.
Stava tornando dal bagno, nei corridoi sul retro del locale, quando la vide: un bicchiere in mano e la testa appoggiata al muro. Si avvicinò silenziosamente. Harold era davvero permissivo questa sera.
Era ancora nell’ombra, lei non lo poteva vedere e per stare più comoda si girò d’un fianco dandogli le spalle.
Fece gli ultimi passi che lo separavano da lei e passò le braccia attorno al suo corpo, una mano sulla bocca perché non urlasse dallo spavento e l’altra sulla pancia.
“Non ti avevo detto di stare a riposo? Ti piace disobbedire Isabella?” La voce di Edward era roca e calda, lei la riconobbe subito e si rilassò tra le sue braccia, appoggiando la testa al suo petto.
Sapendo che non avrebbe urlato lasciò andare la mano, liberandole la bocca, scendendo più giù in una carezza appena accennata le sfiorò il seno, la pancia, per finire sul fianco e tenerla attaccata a lui.
“Ed io ti ho detto che devo lavorare…”
“Se fossi mia ti punirei.” Isabella si irrigidì di nuovo, confusa da quelle parole. Iniziava ad avere paura. “Ti chiuderei in camera per giorni…” Edward continuava ad accarezzarle la pancia, salendo poi sulle braccia nude. “E ti mostrerei come ci si rilassa veramente.”
Lei sorrise a quelle parole, ora consapevole che non doveva temere nulla con lui. Ci stava solamente provando con lei ed era esattamente ciò che aveva voluto per settimane e settimane.
“Ma non sono tua.”
“Questo purtroppo lo so.”
“Purtroppo?” Lei chiese mentre lui mordicchiava un punto sotto l’orecchio.
“Devo andare… Harold mi ha concesso solo cinque minuti di pausa e ne ho già fatti dieci….” Disse Edward, senza però staccarsi da lei.
“Hai impegni per la nottata?” Lei accarezzò le sue braccia fino ad arrivare al collo dove lo graffiò piano, contenta che lui si sfogasse con le labbra sul suo collo.
“Perché me lo chiedi?”
“Pura curiosità!” Rispose sorridendo, sentendo l’intimo bagnarsi. Le mani di lui sulla pelle erano meravigliose.
“Avevo dei piani, sì… ma poi ho dovuto rinunciare!”
“Come mai?” La gonna troppo ingombrante del vestito non le permetteva di muoversi come voleva, non le permetteva di sentirlo come voleva. Gli passò le mani tra i capelli, passando le unghie sulla testa e sentì rilasciare un gemito dalla sua gola. Eccitante.
“La ragazza con cui pensavo di passare la nottata si è impegnata poco fa…”
Edward non voleva farla sentire in colpa, né però farle sapere che era lei quella con cui desiderava stare fino al mattino.
“Mi dispiace per te. Troverai qualcuna di disponibile, nel caso c’è sempre Tanya!” Lui la morse. Non sopportava più quella ragazza, era appiccicosa e non voleva starci insieme, né tantomeno finirci a letto ancora una volta.
“Aspetterò che lei si liberi…” Mormorò mordicchiando il lobo di Bella.
“Potrebbe volerci… tutta la notte!” Disse lei buttando giù il resto del liquido che era nel bicchiere. L’odore era così forte che arrivò alle narici di Edward.
“Da quando bevi?”
“Da quando sono costretta a passare la notte con un uomo che non desidero.”
Edward fece scendere le mani sui fianchi di Isabella e finì di torturarle il collo, sperando di non averle lasciato segni.
“Smettila di bere questa schifezza o ti ammalerai!”
“Ma se la bevi anche tu! Perché tu la bevi?”
“Perché stanotte sono costretto a stare da solo, dal momento che la donna che vorrei nel mio letto è costretta a passare la notte con un uomo che non desidera.” Le disse chiaramente Edward, togliendole ogni dubbio. Le uscì fuori un gemito e strinse le mani attorno a quelle di Edward, poggiate sul suo stomaco.
“Torno al piano, tu smettila di bere, per favore!”
La seguì con gli occhi quando si rimpossessò del suo posto sullo sgabello, sembrava serena e contenta, più di prima, e sperava che fosse merito suo e non di quel mezzo bicchiere di porcheria che aveva bevuto.
Quando Harold fece chiudere i battenti, Edward era davvero stufo di suonare e desiderava solo buttarsi a letto e dormire fino a mattina.
Tornando nella sua camera, dopo molto tempo da solo, vide Isabella che camminava cercando di scansare l’uomo che le metteva le mani sui fianchi. Ridacchiava stupidamente, lui sapeva che stava recitando la sua parte, cercando di rabbonirlo facendo la timida.
Avrebbe voluto correre verso di loro a spaccargli la faccia, invece proseguì per la sua strada, cercando di cacciarsi dalla mente quell’immagine. Era quasi giunto alla sua porta quando sentì un rumore di tacchetti dietro di lui. Si voltò appena in tempo per afferrare ciò che gli si era buttato contro. Lui era al terzo piano del palazzone, mentre Isabella stava al secondo piano. Eppure se la ritrovò tra le braccia, con le labbra incollate alle sue.
“Isabella dovresti essere di sotto!” La ammonì lui, tenendole comunque le braccia attorno alla vita e continuando a baciarla.
“Lo so…” Bacio “Gli ho detto che volevo festeggiare e che sarei andata a prendere qualcosa al bar!”
“Sei pazza lo sai?” Baciare Edward, era un sogno per lei.
Dopo che l’aveva lasciata in piena crisi d’identità dietro il muro al buio, ed era tornato al piano, aveva passato l’intera serata su di giri aspettando il momento in cui potevano stare soli. Era stata scontenta di vedere l’uomo che l’attendeva per quella notte, continuava a metterle le mani addosso e lei non lo sopportava. Lo scansava ma non poteva rifiutarlo. Così tornando in camera, lungo il corridoio aveva sentito qualcun altro salire le scale, si era voltata appena un secondo e l’aveva visto.
Edward.
Aveva voglia di passare la notte con lui, non con quel polipo che si ritrovava accanto in quel momento.
Quando entrò nella sua stanza sorrise e prima che lui potesse avvicinarsi si diede della stupida teatralmente.
“Piccolo, vado a prendere una bottiglia per festeggiare, aspettami qui… comodo!” Fare la gatta in calore le assicurava un bel guadagno e lei aveva bisogno di quei soldi per andarsene. Chiuse la porta e corse su per le scale, facendo attenzione che il suo ospite non la vedesse.
E ora era lì tra le sue braccia mentre la lingua di Edward lottava con la sua.
Le mani di Edward si erano posizionate sui fianchi, non si azzardava a muoverle per paura di non riuscire a fermarsi. Bella invece tirava i suoi capelli e graffiava, sempre più desiderosa di aprire la porta della camera di lui e mandare al diavolo quel tizio di sotto.
Quando lei gli morse il labbro, Edward si dovette allontanare.
“Scendi di sotto, prima che manda a puttane il tuo guadagno…”
“Edward…” Non sapeva cosa dire, non riusciva a capire il tono arrabbiato di lui. Pensava che anche lui la volesse, probabilmente però non quanto lei voleva lui.
Abbassò la testa sconsolata, aveva fatto una mossa sbagliata, l’ennesima.
“Io… mi dispiace…” Disse lisciandosi la gonna e guardando il volto di Edward che ora sembrava dispiaciuto.
“Bella…”
“No, ho capito…” Si allontanò di qualche passo, dandogli le spalle. Era stata stupida ad andare da lui, voleva solo baciarlo, fargli capire che lo voleva.
“No invece, non hai capito un cazzo!” Le rispose raggiungendola e prendendola tra le braccia, affondando il viso nell’incavo del suo collo.
“Edward!”
“Oh, non fare la perbenista con me, Isabella!” Ridacchiarono mentre la tensione scemava un po’.
“Mi dispiace per prima, non volevo… obbligarti!”
“Non mi hai obbligato! E mi dispiace di averti respinta così… ma se avessimo continuato, fidati, non saresti tornata di sotto… e non voglio farti perdere il cliente….”
Bella sorrise, scuotendo la testa, pensava sempre al suo benessere.
“Perché sei venuta da me?”
“Volevo che avessi qualcosa a farti compagnia stanotte…” Rispose lei sorridendo, girandosi tra le sue braccia.
Lui la guardò negli occhi e sorrise scuotendo la testa.
“Scendi, davvero, prima che decida di sbatterti al muro e scoparti in mezzo al corridoio!”
“E’ un’alternativa? Mi stai dando una scelta?”
Lui sorrise e scosse la testa.
“No… stasera non hai scelta.”
“Peccato!” Gli fece l’occhiolino e si staccò da lui velocemente scendendo i primi gradini. Poi si girò sorridendo. “Avrei scelto il muro, comunque!”
Si lasciò scappare un grugnito e tornò in camera. Si lanciò sul letto cercando di pensare a qualcosa che non fosse Isabella, quella sera aveva minato il suo autocontrollo.
Si ritrovava duro come la roccia, infagottato dentro quell’abito da pinguino e desideroso di tornare di sotto e far vedere a quel damerino come si sbatte al muro una donna, facendola gridare di piacere.
Si tolse i vestiti e si infilò a letto, aveva ancora l’immagine di Isabella tra le sue braccia mentre spingeva dentro di lei addossati ad un muro, con i capelli sparsi sulle spalle e la testa reclinata all’indietro. Il suo membro scattò, come alla ricerca di qualcosa, come se non vedesse l’ora di immergersi nella carne di lei, a contatto con i suoi umori. Si accarezzò piano attraverso il pantalone da notte, cercando di chetarsi, senza risultato.
Era stanco e i rumori attorno a lui lo mettevano a disagio quella sera, voleva disperatamente scendere di sotto e cacciare l’uomo che si stava sbattendo la sua donna.
Ma non poteva farlo.
E non riusciva a dormire.
Così chiuse gli occhi e pensò a qualcosa di bello.
Cercò di visualizzare qualcosa per calmarsi ma non ci riusciva.
Aveva lei in mente e basta.
Isabella stesa nel suo letto, le gambe aperte e le dita piccole che accarezzavano la pelle.
Aveva sempre amato quando una donna si prendeva cura di lui, ma adorava con tutto sé stesso guardare una donna toccarsi da sola.
Si chiese se Isabella l’avesse mai fatto, se l’avrebbe fatto per lui… e poi con gli occhi chiusi la immaginò.
Le tette perfette per le sue mani, i capezzoli duri e rossi grazie alla sua bocca e le sue dita che si perdevano dentro di lei.
La mano scese al di sotto dei pantaloni da notte e si prese in mano il membro stringendo appena e cominciando a muoversi su e giù, su e giù.
Isabella che chiudeva gli occhi e gettava indietro la testa.
La mano che continuava quel movimento, dal ritmo sempre più deciso.
Le mani di Isabella attorno ai suoi seni, mentre lui leccava le labbra della sua intimità e assaporava i suoi umori caldi.
Era al limite. Si sentiva già fuori di sé e l’ultima immagine che riuscì a visualizzare fu quella del suo pene che entrava e usciva dalla fica di Isabella. E venne. Venne sulla sua mano e sul suo stomaco imprecando a bassa voce.
Meraviglioso.
Incontrarla la mattina dopo nella sala della colazione lo fece sorridere. Si era liberata del tizio e anche se sembrava tremendamente stanca era sempre bellissima.
Era già seduta ma quando si alzò per prendere le pagnottine che tanto adorava la vide zoppicare.
“Lo sapevo” si disse prima di raggiungerla di fretta.
“Buongiorno Isabella!” Lei sussultò e si girò sorridendo.
“Buongiorno a te Edward, è un vizio quello di arrivare alle spalle della gente?” Lui sorrise e scosse le spalle per non rispondere.
“Come stai stamattina?”
“Bene, tu?”
“Bene fino a poco fa… quando ho notato che zoppichi!” Decise di essere sincero e lanciarle un’occhiataccia mentre lei arrossiva.
“Stamattina il piede è un po’ gonfio, ho fatto dei bagni di acqua fredda ma quando passa l’effetto continua a gonfiarsi e fare male… avevi ragione, dovevo riposare ieri!”
Lui scosse la testa e sorrise, avvicinandosi per lasciarle un bacio sulla fronte.
“Vai a sederti, porto io quello che ti serve!”
Lo ascoltò, non volendo farlo arrabbiare né volendo sentire te lo avevo detto!
Aveva dovuto dargli ragione già per il riposo e odiava ammetterlo, la caviglia le faceva davvero male oggi. Probabilmente era un buon giorno per stare ferma a letto. Harold non avrebbe avanzato critiche.
“Come mai Alice non è dei nostri stamane?” Sussultò di nuovo.
“Maledizione Edward! Mi farai venire un colpo al cuore!” Lui ridacchiò piano e prese posto di fianco a lei.
“Alice ha un cliente abbastanza esigente oggi…” Disse lei con un sorrisetto malizioso ed entrambi capirono che Jasper era di nuovo in camera con lei.
Mangiarono in silenzio, nessuno dei due voleva che gli altri sentissero i loro discorsi, così aspettarono che tutti si dileguassero per salire di sopra, insieme.
“Ti aiuto o farai il doppio della fatica e sforzerai il piede.” Le fece passare un braccio attorno al suo collo e la prese in braccio. Non vedeva l’ora di stringerla in quel modo e lei appoggiò la testa sulla sua spalla.
“Beh, così è molto più comodo in effetti!”
Quando arrivarono nel corridoio, vicino alla porta di Bella, la fece scendere perché aprisse con la chiave e poi l’aiutò ad entrare, chiudendo la porta dietro di sé.
Lui rimase sorpreso nel vedere come la camera di Isabella non portasse nessun segno della notte precedente, né lenzuola aggrovigliate, né indumenti per terra. Pareva che lì dentro non fosse successo nulla. Lei intercettò il suo sguardo e prese posto sul letto.
“Non amo questo lavoro. Ma pagano bene ed io voglio farmi una vita fuori di qui prima di diventare poco attraente, spero di trovare marito, avere dei figli e dimenticare questa esperienza.” Prese un attimo il fiato e poi continuò. “Non amando quello che faccio di notte in questo posto, cancello ogni cosa al mattino. Quando lui se ne va tolgo le lenzuola e le lavo, mettendone un paio pulite. Ogni giorno la stessa storia…Ma pagano bene!”
Edward sapeva che qualunque cosa fosse successa in Inghilterra lo aspettava la sua famiglia, lei invece era scappata, non aveva più nessuno.
Si avvicinò di fianco a lei e sorrise accarezzandole il braccio.
“Tu cosa hai fatto ieri sera?” Chiese lei cambiando discorso.
“Oh, non ti piacerebbe saperlo, fidati!” L’occhiata maliziosa che le lanciò non la intimorì perché continuò con il suo interrogatorio.
“Dici? Secondo me invece mi piacerebbe… mi piacciono le tue idee ultimamente!” Si morse il labbro ed Edward sentì il pantalone tirare. Si chiese come fosse possibile, solo con un piccolo gesto.
“Ah si? E dimmi… quale ti è piaciuta di più?” Ormai Edward aveva perso la battaglia con l’autocontrollo, si era avvicinato a Isabella che aveva allargato di poco le gambe e lui se ne stava in piedi fra di esse. Vicinissimo a lei. La testa di lei all’altezza del cavallo dei suoi pantaloni.
Le mani di lei andarono subito dietro le cosce definite di lui, salendo piano mentre non smetteva un secondo di guardare i suoi pantaloni rigonfi che aveva di fronte.
Aveva voglia di sentirlo, di toccarlo, di baciarlo tutto e di leccarlo. Il suo sapore doveva essere meraviglioso.
Senza pensarci troppo si avvicinò e premette le labbra sopra l’asta di Edward. Una volta. Due volte. Tre volte. Le labbra facevano una lieve pressione che Edward percepiva benissimo anche con il tessuto della braga tra di loro. Voleva spogliarsi, voleva sentire quei baci sulla sua carne calda. Voleva che lo prendesse in bocca e lo facesse godere.
“Quella di scoparmi addosso al muro, senza ombra di dubbio”
Le parole arrivarono alle orecchie di Edward mischiate ai suoi stessi ansiti, perché Bella non aveva smesso di baciarlo a quell’altezza.
“Dai Edward, dimmi cosa hai fatto ieri sera…” Gli chiese con voce lasciva aggiungendo le mani a quella tortura che stava conducendo sul corpo del povero uomo.
“Ti sconvolgerei…” Continuò quel gioco lui.
Lei ridacchiò appena sganciando le mollette che tenevano le bretelle che fermavano il pantalone e slacciando il bottone e la cerniera. Lui fremette di aspettativa. Quando gli tirò giù la stoffa del pantalone e dei mutandoni Bella lo guardò a lungo. Aveva ancora la camicia indosso e le braghe calate ma il suo arnese… oh era grosso. Imponente. Riprese con la tortura di prima, questa volta direttamente sulla sua carne.
“Se non mi dici cosa hai fatto ieri sera… continuo a torturarti in questo modo!”
“E cosa fai se te lo dico invece?”
“Potrei premiarti… magari succhiandotelo fino a farti venire nella mia gola.”
Stava utilizzando le sue doti da… ragazza del Moulin Rouge per farlo cedere, per farlo scoppiare, per farsi prendere in mille modi dentro quella stanza.
“Oddio!”
“Allora?” Chiese Bella dopo gli ennesimi minuti passati in silenzio senza avere una risposta.
“Mi sono toccato, mi sono toccato pensando a te… alle tue mani… al tuo corpo!” Sbottò lui, pronto per avere il premio che agognava.
Lei sorrise appena e lo guardò, staccandosi da lui.
“Ehi… avevi promesso un premio!” Isabella sghignazzò e gli fece l’occhiolino.
“Ho pensato che… prima potremmo essere completamente nudi, che ne pensi?”
“Dico che le tue idee mi piacciono molto, donna!” Scalciò i pantaloni di lato e sfilò la camicia senza sbottonarla, si accertò di chiudere la porta a chiave mentre Bella toglieva le scarpe e gli mostrava la schiena. Si avvicinò silenziosamente e le slacciò il bustino in gran fretta gettandolo di lato, poi sbottonò la quindicina di bottoni che teneva il vestito chiuso sulla schiena e neppure glielo tolse completamente prima di afferrare i suoi seni e stringerli.
“Sono perfetti!” Mormorò mordendole la spalla.
“Sono troppo piccoli invece…” Edward le lasciò un altro morso.
“Non dirlo mai più… sono perfette!”
Scese con le mani lungo il busto e fece scendere il vestito dalle gambe, insieme all’intimo, lasciandola completamente nuda di fronte a sé.
Si prese un attimo per osservarla, mentre lei pensava di impazzire.
Il sedere sodo e alto, le gambe lunghe e snelle, la pancia piatta e il seno perfetto… poi arrivò ai suoi occhi e le sorrise.
“Sei bellissima…” Fece per avvicinarsi ma lei piazzò un braccio tra di loro e scosse la testa.
“Oh no… ti avevo promesso un premio!” Disse mettendosi in ginocchio.
Isabella si avvicinò al suo membro, prendendolo in una mano e stringendo appena, un sibilo dalla gola di Edward si liberò nella stanza. Si avvicinò con la bocca e lasciò piccoli baci come aveva fatto prima, per poi iniziare a lambirlo con la lingua ascoltando i gemiti che nascevano da Edward. Quando le dita di lui si infilarono tra i suoi capelli lo prese in bocca.
Le labbra si strinsero attorno alla sua circonferenza e, tenendosi alle cosce di lui, prese a muoversi su e giù per tutta la lunghezza.
Edward si sentiva in estasi, la bocca di Isabella era magnifica, il ritmo era perfetto e le unghie di lei che ferivano la pelle delle cosce aggiungeva eccitazione a quel momento.
I ringhi che uscivano dalla gola di Edward erano lo stimolo per Bella a continuare. Teneva gli occhi aperti, lo guardava mentre lui gettava la testa indietro e gemeva.
I suoi “Aahh” con voce bassa e roca le stavano rendendo difficile continuare.
Voleva sentirlo.
Voleva le sue mani su di lei.
Desiderava che le dita si immergessero dentro di lei e la facessero urlare di piacere.
Edward sentiva di essere quasi al limite, non ce la faceva più a resistere così, con le mani tra i capelli della donna inginocchiata davanti a lui, fece pressione per spostarla all’indietro. Lo sguardo di lei confuso e il suo pene lucido della sua saliva. Avrebbe voluto riavvicinarla e spingere fino ad arrivarle in gola e liberarsi, ma voleva essere dentro di lei.
Le sorrise e le porse la mano per farla alzare guidandola poi verso il letto, la spinse leggermente in modo che cadesse tra le lenzuola teatralmente ridacchiando insieme a lei.
Era così semplice, era tutto così dannatamente facile con lei. I sorrisi, nessun imbarazzo, nessuna volgarità.
Si piegò sulle gambe e si inginocchiò davanti a lei, afferrò le sue gambe e le mise sopra le sue spalle tirando un po’ il suo corpo fino ad arrivare con il volto a poca distanza dal suo centro caldo. L’odore della sua eccitazione lo mandava in bestia. Voleva divorarla, farla urlare, essere una furia e invece si avvicinò lento, soffiandoci appena facendola sussultare.
Una mano la teneva sul sedere, l’altra le accarezzava una gamba.
La lingua trovò subito il suo posto tra le pieghe della sua intimità e cominciò a muoverla lentamente, assaporandola e guardandola mentre con le mani si accarezzava i seni.
La sua fantasia.
Prese di mira quel piccolo bottoncino che aveva notato essere molto sensibile e mosse la lingua in circolo con una lieve pressione. Bella si contorceva, si strizzava le tette tra loro, pizzicando i capezzoli e inarcando la schiena. L’uomo che si trovava tra le sue gambe usava la lingua in modo delizioso.
Le dita che erano sulla sua gamba arrivarono al centro di lei, ne infilò prima uno e poi il secondo in un movimento costante. Dentro. Fuori. Dentro. Fuori. Edward sentiva gli umori di Bella e le pareti che si stringevano attorno alle sue dita, accompagnò il movimento della mano con più pressione della lingua e la sentì gemere forte e pulsare attorno a lui. Non vedeva l’ora di sentire le stesse sensazioni sul suo membro.
Ci mise un attimo a raggiungerla e spostarla in una posizione più comoda sul letto per poi entrare in una volta sola dentro di lei.
“Edward!” Eccitazione e sorpresa si mischiarono nella sua voce e lui le sorrise.
“Scusa piccola!”
“Non… non ti scusare!” Riuscì a rispondere tra le spinte poderose.
I grugniti di Edward nel suo orecchio la stavano portando velocemente al limite, aveva circondato la vita dell’uomo con le sue gambe e stringeva le sue spalle perché rimanesse addossato al suo corpo. La sensazione della loro pelle a contatto era meravigliosa. I brividi che la sua bocca e la sua lingua sul collo le provocavano non li aveva mai sentiti.
“Voglio… voglio vederti!” Esclamò lui. Si tirò indietro senza uscire da lei e con le ginocchia poggiate al materasso riprese a spingere. La nuova posizione gli permetteva di guardare il suo cazzo che entrava nella fica bagnata di lei e lo eccitava fino a spingerlo al limite.
“Non so quanto durerò ancora…” Grugnì mentre non sapeva se guardare il suo volto in estasi o le sue tette che si alzavano e si abbassavano seguendo il movimento dei loro bacini, o ancora gli umori di lei sul suo membro.
Mentre era concentrato sul suo corpo sentì le dita di lei intrufolarsi nella sua bocca, dopo un piccolo momento di smarrimento le succhiò e le leccò sentendosi su di giri per quel gesto. E lei lo stupì. Tolse le dita dalla sua bocca e le infilò nella sua per qualche secondo per poi portarle sopra i loro corpi uniti e toccarsi. Il bottoncino sensibile sotto le sue dita scomparve ma le pareti di Bella si strinsero attorno al suo cazzo.
Non riusciva a credere ai suoi occhi, l’immagine l’avrebbe perseguitato a vita.
Esplose dentro di lei, riversando il suo seme caldo mentre le sue pareti si stringevano e pulsavano attorno al suo membro. I loro gemiti si confusero insieme, il sudore della loro pelle si fuse e il corpo di Bella prese a tremare quando la sentì venire attorno a lui.
Collassò sul suo corpo stringendo i suoi fianchi e le dita di lei si intrufolarono tra i suoi capelli umidi di sudore.
Nessuno dei due si rendeva conto del tempo passato, Edward aveva afferrato il lenzuolo e aveva coperto i loro corpi nudi e stanchi, sudati e appagati. Non avevano ancora aperto gli occhi, chiusi nella loro bolla di piacere e soddisfazione.
Quando alzarono lo sguardo, uno negli occhi dell’altra, si resero conto di quanto la situazione gli fosse sfuggita di mano. Entrambi provavano dei sentimenti, qualcosa che non si potevano permettere. Almeno così la pensava Isabella, temeva che potesse essere un ostacolo alla sua libertà ed era pronta a raffreddare e riprendere le distanze quanto prima. Ma nel momento in cui aprì bocca per cacciarlo dalla sua camera lui la sorprese.
“Vieni in Inghilterra con me, permettimi di prendermi cura di te, di darti una vita rispettosa, senza essere costretta a venderti per vivere!”
Lo disse serio, convinto di avere trovato la donna della sua vita. Suo padre era stato costretto a sposare sua madre, Esme, quando entrambi erano molto giovani; erano finiti poi per amarsi negli anni, nessuno dei due aveva tradito l’altro, nonostante il matrimonio fosse nato da accordi tra due famiglie. I suoi genitori erano l’esempio, per lui, che nella vita si poteva costruire qualcosa di bello e duraturo nel tempo giorno dopo giorno, anche se all’inizio mancano le basi. Voleva togliere Isabella da quel posto sporco e immorale, voleva darle la possibilità di essere felice e spensierata, voleva sposarla, averla per sé tutte le volte che voleva, voleva innamorarsi perdutamente di lei, un giorno dopo l’altro.
“Edward… la tua proposta è davvero allettante ma… rischiosa. Non posso permettermelo, non so fare nulla se non ballare e vendere il mio corpo, inoltre non posso lasciare mia sorella qui, da sola!”
L’aveva sorpresa con quella domanda e per quanto in cuore suo sperava di vedere l’abito bianco e i fiori attorno a loro, un banchetto meraviglioso, una casa e pargoletti contenti che scorrazzavano attorno alla tenuta, sapeva di non poterselo permettere. Sarebbe stato bello sposarsi con Edward, avrebbero avuto qualcosa in più di un matrimonio solo per necessità, ma cosa poteva offrirgli, e lui cosa le poteva offrire?
“Torneremo in Inghilterra tutti e quattro, io, te, Jasper ed Alice! Non dirmi di no!” La pregò.
Lei sorrise mesta e scosse la testa, un profondo senso di delusione coinvolse tutti gli organi interni di Edward, gli occhi bruciarono e le mani tremarono per la rabbia e la tristezza di quel rifiuto silenzioso. Si alzò dal letto, indossò gli abiti velocemente e uscì dalla camera per non farne ritorno.
Era tempo di tornare in Inghilterra.
Six years later…
“Marie non correre!” La voce di Edward era forte ma patinata di un’allegria che nessuno riusciva a comprendere.
“Ma papi è Paul che vuole fare una gara! Perché non rimproveri anche lui?” La bambina puntava i piedi e incrociava le braccia ogni qualvolta riceveva un richiamo. I due gemelli di cinque anni erano davvero tremendi, in casa non c’era mai un attimo di tranquillità quando quei due erano svegli.
“Riprenderò anche Paul quando si fermerà, e pregate di non farvi male o sgualcirvi gli abiti, vostra madre potrebbe davvero arrabbiarsi e non farvi il dolce per la vostra festa, oppure nascondere tutti i regali!” La piccola aveva sgranato gli occhi e in panico era andata a fermare il fratello spiegando a modo suo, confabulando cioè, che la madre gliel’avrebbe di certo fatta pagare.
“Spiegami perché Isabella non è con noi questo pomeriggio…” La voce del suo amico di infanzia nonché suo cognato, Jasper, gli fece togliere lo sguardo dai bambini che ora camminavano mano nella mano sul prato diretti al punto vicino al fiume dove avevano deciso di passare il loro pomeriggio.
“Bella è già lì che ci aspetta, ho preferito non farla stancare e farla accompagnare con l’automobile di mio padre. Alice, tu come ti senti invece?”
“Benissimo, le nausee sono passate del tutto e questo piccolo diavoletto di tanto in tanto scalcia e mi tiene compagnia quando Jazz è impegnato con il lavoro!”
Le chiacchiere non terminarono, ad un certo punto però Edward si escluse dai discorsi intravedendo la figura di sua moglie, seduta sul grande prato, su di un telo grande pronto ad accogliere tutti loro. Era meravigliosa, bellissima e i raggi di sole che si infrangevano sul suo viso la rendevano quasi una creatura divina. Tornò con la mente ad un passato che sembrava così lontano, che gli fece nascere un sorriso meraviglioso sul volto.
“Edward! Aspetta Edward! Ti prego, fermati!” Lo chiamava a gran voce per il corridoio, teneva stretta la sua vestaglia e i piedi nudi stavano raccogliendo troppe schegge dal pavimento, ma non si fermava. “Edward, ti prego, fermati!” Ma lui non la volle ascoltare e una volta entrato in camera chiuse la sua porta sul viso di Isabella.
“Maledizione!” Imprecò sottovoce. Si era lasciato andare e il risultato era un rifiuto secco, non avrebbe mai pensato un risvolto del genere.
“Edward, apri, te ne prego… Fammi parlare, ascoltami!” Afferrò il suo bagaglio da sotto il letto e aprì l’armadio per raccogliere i suoi averi e tenersi pronto a tornare a casa. “Edward!” Sentì solo il sussurro del suo nome misto ai singhiozzi di Isabella. Stava piangendo. Corse ad aprire la porta, toccato da quei lamenti. “Oh, finalmente! Non mi hai lasciato modo di spiegare…”
“Cosa c’è da spiegare? Sei stata piuttosto eloquente!” La rabbia non si era affievolita neppure un pochino. Lei scosse di nuovo la testa ed avanzò dentro la stanza, chiudendosi la porta alle spalle e facendo un giro di chiave.
“Mi ami Edward?” Gli chiese a bruciapelo. Gli occhi di lui schizzarono nei suoi, sorpreso, allibito, stupito da una domanda così diretta, ma non poté rispondere perché lei attaccò con la sua filippica senza lasciarlo replicare. “Perché io credo di amarti, sento il cuore che batte forte e lo stomaco che si stringe ogni volta che qualche donna ti si avvicina o quando tu dai attenzioni a Tanya o altre ragazze qui. Quando mi sfiori rabbrividisco e prima… è stata l’esperienza migliore della mia vita. Credo di amarti, ma se tu non provi nulla per me, allora non costringermi a lasciare questa vita per seguirti e darmi una vita che sarà comunque infelice. Sarei infelice senza un uomo che mi ama. Per cui… mi ami Edward?”
Non c’erano risposte possibili, si era solo avvicinato e l’aveva presa in braccio per poi avvicinarsi al muro della sua camera e iniziare a baciarla selvaggiamente.
Avevano fatto l’amore in mille modi quel giorno e tutta la notte. Solo all’alba lui la voltò tra le sue braccia e tra i baci le sussurrò decine di volte “Ti amo”, mentre le mani correvano sulla sua pelle in carezze dolci e amorevoli. Da quel giorno, Isabella rifiutò gli uomini che la reclamavano, ormai presa completamente da un unico uomo che passava la notte con lei, nel suo letto. Tre settimane più tardi avevano preso il treno per tornare in Inghilterra: lui, Isabella, Jasper ed Alice.
Presentò la sua donna ai suoi genitori, che lo rimproverarono per il modo in cui aveva lasciato la casa mesi prima, ma che si dimostrarono entusiasti dell’uomo che era diventato. Si sposarono dopo soli due mesi, condividendo una giornata meravigliosa.
Comprarono una piccola casetta, con un giardino su cui fecero costruire un’altalena e un grande porticato per i pranzi estivi all’aria aperta. Inaugurarono tutte le superfici disponibili della loro nuova dimora, dichiarandosi il loro amore ripetutamente.
Quasi un anno più tardi erano nati Paul e Marie, due gemelli; identici nel carattere, diversissimi nell’aspetto: Marie aveva preso i capelli rossicci di Edward e gli occhi verdi, Paul gli occhi scuri e i capelli color cioccolato di Isabella. Erano due bambini meravigliosi, e a breve sarebbe nato il loro terzo bambino, per quello Isabella doveva stare tranquilla e non fare sforzi.
Si avvicinò a lei, prendendo posto al suo fianco mentre i bambini continuavano a gridacchiare attorno agli zii cercando di carpire informazioni per i loro regali.
“Sei splendida, moglie!” Le sussurrò nell’orecchio, evitando di farsi sentire dalle altre orecchie a fianco a loro.
“Anche tu marito, davvero bellissimo!”
“Hai una luce diversa negli occhi, sembri più… rilassata oggi!” Disse mentre lasciava un bacio sul collo della sua donna. Lei sghignazzò e pizzicò il dorso della mano di Edward che stava salendo sulla sua coscia, sotto il vestito.
“Più che rilassata, direi soddisfatta! Questa notte sono stata scopata a dovere!” Lui si era ritirato e l’aveva guardata con finto orrore.
“Isabella! Cosa sono questi termini?” Non riuscì a mantenere troppo il suo cipiglio scontroso sul volto e scoppiò a ridere cercando di non incuriosire i presenti.
“Finalmente ieri sera ho compreso il motivo delle tue premure. Tu vuoi che io non mi sforzi, che non sollevi pesi, che addirittura non faccia molti passi perché potrei stancarmi… Solo per potermi stancare a dovere tu, in camera nostra!” Edward mordicchiò la sua spalla e non rispose, era davvero così. Se si fosse stancata durante la giornata la notte sarebbe stato rischioso fare l’amore con lei e non voleva, preferiva impedirle di affaticarsi durante il giorno e perdersi tra le sue pieghe calde di notte.
“Non rispondi marito? Devo supporre di avere c’entrato il punto?” La mordicchiò ancora una volta e lei sghignazzò tirandogli appena i capelli per farlo spostare dalla sua scollatura, per poi avvicinare il suo orecchio alle sue labbra e sussurrare roca. “Spero tanto di avere ragione, perché ho tutta l’intenzione di non stancarmi oggi, ma ripetere l’esperienza di ieri sera ancora e ancora. Voglio che mi prendi con passione, che tu mi faccia perdere il senso di dove sono, che le mie carni brucino dal dolore perché sei passionale e voglio sentirti godere mentre mi mordi perché non resisti.”
Quelle parole l’avevano gettato nell’oblio dei ricordi ed eccitato chiuse gli occhi per mantenersi calmo, ma la mente lo fece tornare alla sera precedente.
Era entrato nella loro camera dopo aver rimboccato le coperte ai suoi due angeli, ed ora aveva una disperata voglia di stare con sua moglie e stringerla tutta la notte. Isabella se ne stava sul letto, completamente nuda, con le gambe incrociate e la schiena appoggiata alla testiera del letto. Il pancione in bella vista tondo, liscio, dove cresceva l’ennesimo frutto del loro amore. Ma era nuda e lo aspettava con una fascia scura tra le mani.
“Bella…” Riuscì solo a mormorare avanzando nella camera dopo aver chiuso la porta a chiave.
“Shhh… stasera facciamo a modo mio!” L’amava profondamente quando prendeva l’iniziativa. “Voglio che mi bendi, non voglio vedere, voglio assaporare ogni emozione, ogni sensazione…” Non se l’era fatto ripetere due volte. Aveva tolto i suoi vestiti e l’aveva raggiunta sul letto, legando la benda sopra i suoi occhi e impedendole di guardare oltre.
“Fermami quando vuoi…” Sperava di non fare male al bambino per quello che aveva in testa, mentre Isabella si sentiva su di giri per quella nuova esperienza.
Le distese le gambe e poi ci si piazzò nel mezzo, mentre con le mani le accarezzava il collo, le spalle, le braccia, per poi proseguire sui seni e perdersi a giocare con quei due bottoncini rosa che amava succhiare fino a farla gridare. La bocca aveva seguito il percorso delle sue mani, lentamente. I gemiti di sua moglie si liberavano sussurrati dalle sue labbra e lui voleva vederla in preda alla follia del piacere. La fece stendere cominciando a toccarla con meno delicatezza, facendo pressione sulle cosce e sulle natiche, mentre la sua bocca si occupava di mordicchiare e leccare i suoi capezzoli, come se da quello dipendesse la sua vita. I rumori che uscivano dalla gola di Isabella si fecero più profondi, più rochi. Si inginocchiò tra le sue gambe, la bocca ad un centimetro del suo centro caldo e pulsante, le mani a tenere separate le gambe e permettergli di vedere la sua fica esposta e bagnata dai suoi umori, con quei pochi riccioli scuri che lo facevano impazzire. Si avvicinò fino a quando le sue labbra non incontrarono la sua pelle morbida e si perse nel toccare, leccare e assaporare la sua carne e i suoi umori. Sentiva fra le gambe dolore per la troppa eccitazione.
“Oh si, continua…si, oh…” Non riusciva a fermarsi, voleva entrare dentro di lei e sentire la sua pelle ricoprirsi di brividi gli diede la spinta finale per decidere. Entrò dentro di lei con una spinta forte e decisa, facendola gridare. Non voleva farle male e così le aveva sussurrato nelle orecchie se fosse tutto a posto, lei in risposta aveva allungato le mani sul suo sedere per intimargli di continuare quel movimento. Riprese a muoversi, tenendo gli occhi chiusi e sentendo ogni cosa. Le dita di lei sulla sua pelle, i loro corpi che sudavano e sbattevano fra di loro, il calore della sua cavità che si stringeva attorno al suo membro… quando Isabella gli leccò la spalla, il collo, per poi arrivare a baciare le sue labbra con passione non riuscì a tenersi; prese a spingere più forte, mentre i gemiti di entrambi si spegnevano tra i loro baci.
Sentì le unghie di lei infilarsi nella carne delle sue spalle e seppe che stava per venire, un attimo dopo le sue pareti si strinsero attorno a lui portandolo sempre più vicino all’obliò. Si lasciò andare, la passione scoppiò in ogni sua cellula, la mente completamente staccata dal resto del corpo, viaggiava libera e leggera. Si staccò dalla sua bocca per permetterle di respirare e mentre si liberava in lei con le ultime spinte poderose le morse la spalla con forza, fino a lasciarle un segno rosso dei suoi denti.
Le tolse la benda e l’abbracciò stretta.
Sorrise tra sé e sé a quelle immagini che vorticavano nella sua testa.
La scintilla si accese una sera di molti anni prima all’interno di un bordello, le loro vite si erano incrociate per puro caso o forse per destino. Dovevano ringraziare il fato per averli fatti incontrare e quell’esplosione di attrazione e sentimenti che ancora si portavano dietro dopo anni, per rendere così magica ogni giornata delle loro vite.
“Ehi Edward, tutto bene?!” Chiese lei dolcemente.
Le sorrise, guardandosi un attimo attorno, per essere sicuro che nessuno fosse in ascolto o interessato a loro due. Si piegò verso il suo orecchio e sospirò.
“Penserò a fare stancare molto i bambini, in modo che anticipino l’ora della nanna… Non vedo l’ora di prenderti ancora e ancora… tutta la notte. Finché non mi implorerai di darti una pausa.” Mentre parlava nel suo orecchio le prese la mano e lentamente la portò fino al cavallo dei suoi pantaloni, per farle sentire quanto fosse grande il desiderio di lei.
“Oh marito! Non vedo l’ora!”
Il baciò che seguì, un incontro di labbra, lingue e sospiri e fu solo l’anticipazione per quello che molte ore dopo si svolse in camera da letto.
Fine.
Nessun commento:
Posta un commento