**Note di Aly
Salve a tutte! Eccomi di nuovo a pubblicare qualcosa di nuovo per voi.
Per prima cosa... mi è mancata l'emozione di pubblicare nuovi capitoli a
intervalli regolari, quindi sto già lavorando a qualcosa di più di una
semplice OS. In una seconda battuta dovete sapere che... mi siete
mancate voi lettrici con i vostri commenti.
Evito i sentimentalismi, dato che questa storia ne è piena zeppa.
Qualcosa sulla storia che segue, prima di cominciare.
Forse può sembrarvi irreale, estrema e assurda... ma come ogni cosa che
ho scritto da qualche tempo a questa parte, ha un piccolo fondo di
realtà. E' normale che sia fantasia, stiamo parlando di una OS, una
storia per allietarvi un pomeriggio. Spero, perciò, che la prendiate nel
giusto modo, in un ottica "irreale" per certi versi.
Un'altra informazione, come potrete notare alla fine della storia non è
presente il classico THE END. Questo sapete cosa significa per me, la
storia è aperta a seguiti, se la fantasia e i personaggi si presteranno a
nuovi episodi e se le mie lettrici ameranno ancora ciò che scrivo.
Detto ciò.... Godetevi le emozioni che percepite, se le percepite e fatemi sapere cosa ne pensate.
Come sempre, buona lettura e buona serata.
Aly**
Prendo
un sorso del mio caffè nero, rigorosamente senza zucchero, e ti osservo
da dietro questo menù rovinato della tavola calda. Chi mi guarda
penserà, senza ombra di dubbio, che sia un qualche pedofilo o stalker
che è meglio tenere alla larga. Più volte signore con la faccia tosta e
l’istinto protettivo di una buona madre mi hanno impedito di seguirti.
Spesso e volentieri anziani con il bastone mi hanno fatto cadere solo
perché tu potessi sparire dalla mia vista. Impazzivo. Mi voltavo e ti
cercavo nella folla per interminabili minuti. Speravo che non andassi
troppo lontano, che con un colpo di fortuna riuscissi a beccarti
nonostante gli ostacoli. E invece l’avevano vinta sempre i miei
incidenti di percorso.
Se solo sapessero la verità.
Ridi e scherzi con la tua vicina di casa mentre lanciate occhiate
ammiccanti a qualche ragazzo che entra dalla porta principale, ti
aggiusti il lucido sulle labbra e fai finta di baciare lo specchio, un
vizio che hai preso da tua madre, che a sua volta ha preso da sua madre e
via dicendo. Sei bellissima e così genuina che mi si riempie il cuore
d’amore. Ogni volta che riesco a guardarti così da vicino mi devo
trattenere dal sedermi al tuo fianco, abbracciarti e domandarti scusa
infinite volte. Le mie parole, però, non servirebbero a nulla, ci ho
provato un numero così imprecisato di volte che non ci tento più;
sprecherei fiato per niente e al momento mi serve per starti dietro e
non perderti.
Ho sempre avuto un forte istinto protettivo, sono sempre stato quello
che guardava dove mettevi i piedi, ti teneva per non farti cadere o ti
aiutava a rialzarti quando inciampavi. Era ciò di cui andavo più fiero,
il tuo sguardo gratificante e un abbraccio con tutta la forza che avevi.
Tua madre mi ha sempre descritto come un orso, rideva di me e scuoteva
la testa come se fosse una cosa da recriminarmi, come se fosse una cosa
negativa; ho sempre voltato le spalle a quelle parole, negando con
brusche parole questo mancato complimento. Solo ora mi rendo conto di
quanto avesse ed abbia, ancora oggi, ragione.
Eppure so per certo di non poter fare nulla, da qui, per poterti
proteggere; non posso racchiuderti nelle mie braccia sicure e impedirti
di farti male.
Io sono quello che potrebbe farti più male in assoluto.
Io sono la persona che ti ha ferito di più, nella tua vita.
Io sono uno stronzo, un cretino, un inutile essere umano progettato solo per ferire le persone che lo amano.
Se solo sapessi la verità.
Avrei voluto fermarti quel giorno, avrei voluto trattenerti con la forza
e farmi ascoltare, ma la mia stretta ti faceva rabbrividire di paura e
le tue guance erano così pericolosamente rosse che temevo potesse
scoppiarti la faccia per la rabbia.
Feci un passo indietro, allora.
Continuo a farne uno ogni giorno, a mettere più spazio tra noi di ora in
ora. Continuo a starti a distanza, senza farmi vedere… sono un uomo
invisibile che ti protegge da lontano ed elimina gli ostacoli più duri
sul tuo cammino.
No, non è vero.
Questo è ciò che fanno i supereroi nelle serie TV che ti piacciono
tanto. Io ti seguo come uno psicopatico, molti passi dietro alle tue
spalle, mi nascondo grazie alla protezione di alcune colonne, dentro
qualche portone dei palazzi della città, all’interno della macchina che
ho cambiato da poco, proprio perché tu non la riconoscessi.
Sono solo un uomo invisibile.
Lo sono, ormai, da troppi anni.
Sono sicuro che nessuno, ancora oggi, ti abbia raccontato la verità su
quei giorni. Sono certo che le persone che ti sono vicine, gli amici, la
famiglia che conosce la mia versione dei fatti non abbiano detto una
sola parola per difendermi.
Ti comporti ancora come se fossi arrabbiata con me, come se la rabbia
che hai dentro te la portassi allo stesso modo di una valigia, pronta
per rinfacciarmi tutte le cose brutte e cattive che ho fatto.
Quelle belle non le ricordi neppure, probabilmente. I sorrisi, i regali,
gli abbracci, i baci e le parole dolci sono state cancellate anni fa.
Eviti ancora la strada in cui c’è il mio palazzo, forse per non rivivere
momenti che, per te, sono senza dubbio ricchi di amara delusione. Io
invece li custodisco nel cuore come il ricordo più bello della mia vita.
Poterti guardare negli occhi, accarezzarti e tenerti tra le braccia
erano le cose per cui ogni mattina mi alzavo con il sorriso, deciso a
passeggiare con te al mio fianco.
Non avevo bisogno di altro.
Sarebbe bello, un giorno di questi, ritrovarci di nuovo nell’atrio del
mio palazzo, tu che mi corri incontro ed io che ti prendo tra le
braccia, come se non ti vedessi da anni. Ogni volta era sempre la stessa
emozione, lo stesso peso che si levava dal petto e che mi faceva
tornare a respirare.
Come fai a non ricordarlo?
Come fai a non capire che quei momenti erano speciali, veri, perfetti?
La delusione che ti ho procurato cancella davvero tutto ciò?
Non ripensi mai a noi?
Io ci penso in ogni istante della mia giornata e mi manchi come l’aria.
Ogni mattina mi sveglio e la prima cosa che faccio è guardare se hai
mandato qualche messaggio; ogni mattina gli occhi si riempiono di
lacrime pochi secondi dopo essersi aperti.
Sorseggio il caffè chiedendomi cosa stai facendo, se mi pensi, se
sarebbe il caso di mandarti un messaggio, chiamarti magari. Un momento
più tardi mi costringo a lavorare per non sferrare pugni in ogni dove.
Ma il momento più brutto di tutti è andare a dormire. Quel momento in
cui fai il resoconto della tua giornata, nonostante la stanchezza
infinita che ti spreme le ossa, nonostante gli occhi si chiudano da
soli.
E’ il momento più difficile, non mandarti la buonanotte, non chiamarti,
non parlare con te. E’ allora che mi lascio andare e ti penso. Ti
immagino al mio fianco, la tua risata, le tue insicurezze, la tua
furbizia, la tua dolcezza infinita e il tuo viso meraviglioso con quegli
occhi profondi che parlano da soli. Immagino di infilare un DVD nel
lettore e di guardarlo con te che appoggi la testa sulla mia spalla, la
tua voce che commenta ogni parte cruciale del film, le tue dita che
stringono la mia maglietta quando hai paura.
In quei momenti stringo forte gli occhi, eppure le lacrime sgorgano lo stesso.
Mi vanto di essere un uomo di successo, di aver avuto una carriera
spettacolare e tutta in salita, le difficoltà le ho sempre superate
lavorando duro; ma da quando tu non sei più con me tutto è venuto via
con te. Il mio cuore. La mia anima. La mia forza.
Tu hai tutto, solo che non lo vuoi.
Sono così stanco, piccola. Vorrei solo che mi ascoltassi, che ti
fermassi davanti al mio palazzo, salissi e bussassi alla mia porta.
Sarebbe tutto ciò che potrei volere dalla vita da adesso fino alla mia
morte. Una seconda opportunità per essere un uomo migliore.
Ma non succederà mai.
Non faccio più parte della tua vita, non sono più il tuo uomo, non sono più il tuo eroe, non sono più nessuno.
Sai come ci si sente?
No, non credo.
Non so se me lo merito, non so se ciò che è successo sia colpa mia, dopo
tutto questo tempo arrivo a crederci anche io. Eppure… non sono sicuro
di meritarmi tutto ciò.
Vorrei poterti descrivere questi momenti, quelli in cui mi siedo dietro
di te, ti osservo andare avanti con la tua vita e vengo ignorato dalla
parte migliore di me.
Sì, perché tu, piccola, sei la parte migliore di me e lo sarai sempre.
Sei bellissima, sei così forte e indipendente, sei splendida.
Avrei voluto esserti al fianco, camminare con te, vivere questi anni
insieme e crescere insieme a te. Invece sono qui, nascosto come un
cretino a sentirmi più inutile di un sacchetto per l’immondizia. Sbuffo e
mi passo una mano tra i capelli, sorseggio un altro po’ di caffè ed
ignoro mia moglie seduta di fronte a me che, con sguardo preoccupato e
sconfortato, mi guarda con compassione.
La vita è così dura e difficile, per me, che questo è lo sguardo che mi
riserva in ogni momento della giornata. Vorrei che la conoscessi, vorrei
che le stringessi la mano e provassi a conoscerla, vorrei che guardassi
il suo sorriso e ti sentissi a casa, proprio come mi ci sento io ogni
volta che la guardo. Ma manca sempre qualcosa.
E quel qualcosa sei tu.
“Edward, vai a parlarci. Siamo qui da più di due ore. Passerà qui tutto
il pomeriggio e ormai sono passati anni. La rabbia le sarà passata.
Buttati!”
Non stacco gli occhi da te nemmeno per un attimo, la tentazione è forte ma qualcosa mi trattiene.
“Edward, per favore. Fallo per noi. Questa storia non può più andare
avanti così, sono anni ormai che la segui, sono anni che stai fuori casa
tutta la giornata. Posso solo seguirti mentre segui lei, posso avere
solo ciò dal nostro rapporto. Ti stai facendo del male… e ne fai anche a
me.”
Mi volto verso Isabella, splendida nel suo abitino color corallo e
beige, fresco e colorato giusto per questo caldo afoso che ci fa
soffocare. Amo mia moglie, mi sono innamorato di lei la prima volta che
l’ho vista, quando ingenua e imbranata finì nel mio ufficio per sbaglio.
Ci siamo frequentati per qualche mese, qualche cena al mare, alcune
passeggiate pomeridiane nel parco con tanto di gelato; poi abbiamo perso
entrambi il controllo. Siamo finiti a letto sconvolti da una passione
travolgente, ci siamo amati, coccolati, toccati e confortati a vicenda.
Anche la sua vita non è stata semplice, ma ora lei ha me… ed io ho lei.
Eppure l’ossessione per te mi sta allontanando inesorabilmente da questo
matrimonio, da questa vita che mi sono scelto e dalla donna che amo
quasi quanto te. Non so come faccia a sopportare tutta questa
situazione, non so come faccia a stare nel mio stesso letto, fare
l’amore con me e amarmi. Non so come sia successo, ma è ancora al mio
fianco.
Non so per quanto ancora, però.
Li noto i suoi occhi stanchi, i suoi gesti così carichi di rammarico; li
vedo gli sguardi compassionevoli e quelli rancorosi, mi sono accorto
anche degli occhi colmi di lacrime e del rossore delle sue guance in
qualche occasione. Non ho mai fatto nulla, però. Sto mandando a
fallimento anche il mio matrimonio, la cosa più bella della mia vita,
dopo di te.
Isabella non si merita tutto ciò. Lei è la roccia che mi tiene in piedi
in questo girotondo di dolore e amarezza, è ciò che mi fa andare avanti.
Senza di lei non saprei come vivere.
Ma l’ho messa da parte, l’ho trascurata come il peggiore dei mariti. E
pensare che il giorno del nostro matrimonio ero così felice, così
emozionato… mancavi solo tu.
La vedo camminare verso l’altare con quel semplice vestito bianco di
pizzo, un fiore speciale, raro, tutto per me. Sono così emozionato che
mi tremano le mani. Mi sorride tremolante e lungo la mia schiena corre
un brivido caldo che mi tende. Vorrei correrle incontro, stringerla tra
le mei braccia e baciarla.
Dentro questa chiesetta c’è poca gente, i miei genitori mi guardano
orgoglioso e mia sorella piange di emozione. Suo marito sorride
soddisfatto e il mio migliore amico nonché mio testimone, al mio fianco
sghignazza per il mio sguardo da pesce lesso.
La madre di Isabella piange e si stringe le mani al petto mentre guarda
sua figlia avanzare lungo la navata, meravigliosamente bella ed
emozionata. Suo fratello, tornato in permesso dall’Iraq, l’accompagna
con sguardo fiero ed orgoglioso, con un profondo affetto che sboccia da
quegli occhi così chiari e limpidi, come quelli di Isabella.
E poi ci sono io, io che sono spezzato a metà, che anche in questo
giorno felice e stupendo, emozionante e allegro, sono diviso, rotto,
frantumato.
Isabella ha ricostruito parte del mio cuore, con il tempo ha guarito
tante ferite, ma quella più profonda, quella più grande, solo tu puoi
risanarla.
Vorrei tanto che fossi qui, seduta in prima fila, con gli occhioni
grandi e teneri mentre mi osservi sposarmi. Vorrei che fossi parte di
questo giorno.
Ma non ci sei.
E il mio cuore non sarà mai completamente intero finché mancherai.
“Amore… perdonami!” Scuse patetiche si formano nella mia testa, so già che sarà difficile tenerla legata a me.
“Per cosa, Edward? Per amarla più di quanto ami me? Lo sapevo ancora
prima di sposarti, ci convivo da lunghi anni. Ora però ammetto di essere
stanca di correrti dietro, mentre corri dietro a lei.”
“Bella, tu… tu…”
Vorrei poterle dire che non capisce, ma è la persona che può
comprendermi meglio. Vorrei poterle dire che non sa cosa si prova, ma è
la persona che potrebbe ridermi in faccia scuotendo la testa e andarsene
indignata a questa accusa. Vorrei poterle dire di lasciare stare, di
perdonarmi, ma è la donna che amo e sarebbe come ferirla con milioni di
pugnalate.
“Hai tante cose da dirmi, ma non sai come farlo perché è così difficile
parlare con me. Come siamo arrivati a questo, Edward? Noi ci amavamo
alla follia, abbiamo rischiato tutto per sposarci, abbiamo messo in
discussione ogni amicizia, ogni rapporto, abbiamo affrontato le montagne
più ardue, scalandole sempre con successo. Ed oggi invece siamo qui a
seguire una donna che sarà sempre in mezzo alle nostre vite e che non ci
permetterà mai di essere felici. Perché ci stai facendo questo?”
“Bella, noi siamo felici!”
“Lo eravamo, Edward. Lo eravamo fino a che un giorno non ti ha piantato
nell’androne del tuo palazzo, mentre tutti gli altri condomini
ascoltavano le sue urla isteriche e tu non potevi fare altro che restare
impietrito davanti a quello sfogo di rabbia. C’ero anche io, te lo
ricordi? Ero nello sgabuzzino del portiere a farmi dare la posta mentre
lei ti accusava di essere uno stronzo menefreghista rovina famiglie.”
Prende fiato e si sposta una ciocca di capelli dietro l’orecchio, è così
dannatamente bella, così meravigliosamente forte e stupenda. “Da quel
momento è diventata la tua ossessione e io, ogni dannato giorno, ho
perso qualcosa di mio marito, del mio uomo, dell’Edward che amo. La
persona che ho di fronte non so neppure chi sia!”
Abbasso la testa sconsolato, non posso che darle ragione.
“Guardala Edward… guardala!” Alzo lo sguardo su di te e ti osservo con
attenzione. I tuoi capelli crescono in morbide onde castane, la tua
pelle sembra più delicata del giorno prima e i tuoi abiti riflettono la
tua personalità forte, decisa e un po’ sbarazzina. “La segui ogni
giorno, ti fai gridare contro da ogni anziano che pensa tu possa essere
pericoloso, ti fai chilometri a piedi ogni sabato che lei passa in un
grande magazzino con le amiche a fare shopping. Mi stai preoccupando.
L’uomo che conosco sarebbe già andato a quel tavolo, orgoglioso e fiero
del nome che porta e l’avrebbe costretta ad ascoltarlo. Ma l’Edward con
cui sono seduta a questo tavolo da sette anni a questa parte vive come
se l’unica occupazione della sua vita fosse essere invisibile ai suoi
occhi!”
E’ vero. E’ quello che sono, è ciò che faccio.
“Lo vuoi un consiglio?” Sposto gli occhi per guardare il mio amore. “Beh
te lo do lo stesso. Vai lì, manda via la sua amica e parlale. Rivolta
le carte in tavola, prendi in mano il gioco, fai qualcosa per la tua
vita. Ti stai lasciando trascinare senza fare nulla. Questo non sei tu.
Stai perdendo anni preziosi, stai perdendo una parte importante della
tua vita e lo rimpiangerai per sempre.”
“Amore…”
“Vado a casa, devo ancora preparare la cena e fare una lavatrice con i
panni sporchi. Ti lascio qualcosa nel forno per quando torni.”
“Bella, aspetta! Non andare!”
“Edward sono stanca. Sono stanca di molte cose. Sono stanca del fatto
che usi ancora i preservativi quando facciamo l’amore, sono stanca che
tu mi faccia prendere la pillola per non rischiare una gravidanza in
nessun caso, perché non sei ancora pronto. Siamo sposati da sette anni
Edward, il mio orologio biologico sta rallentando, fino a fermarsi
completamente. Sono stanca di non cenare con te da mesi, di non
addormentarmi al tuo fianco mentre guardiamo un film o qualsiasi stupido
programma alla tv. Sono stanca di non concedermi qualche vacanza perché
tu devi stare qui, seguirla, proteggerla, amarla a distanza. Sono così
stanca che sto pensando di andare da mia madre a tenerle compagnia
finché non mi schiarisco le idee. Quando ti ho sposato ti conoscevo,
conoscevo lei e sapevo cosa significava per te. Quando ti ho sposato
avevo messo in conto che non saresti stato mai completamente mio. Ma
oggi, oggi sono stanca e delusa. Ti sei persino dimenticato che un mese
fa era il nostro anniversario di matrimonio e non voglio neppure
immaginare cosa, in quella testa, avrai dimenticato o archiviato. Fammi
un favore, va’ a parlarci e dai un taglio a questa situazione. Non so se
posso sopportare ancora a lungo!”
Mi alzo dal tavolo e la fermo, prima che sia troppo tardi. La attiro
nelle mie braccia e mentre la stringo forte le sussurro quanto mi
dispiace. Mi dispiace davvero, per ogni cosa. Sento le sue lacrime
bagnarmi la camicia e sento le sue dita stringersi sul tessuto adagiato
sulla mia schiena.
“Ti prego amore, scusami. Mi farò perdonare, lo giuro. Non tornare da
tua madre, resta con me, ti prego. Io ti amo, ti amo moltissimo. Sei…
sei ciò che mi permette di essere ancora qui, di restare in piedi, di
amare ancora. Sei la mia forza e ti chiedo scusa. Ti chiedo mille volte
scusa per averti ferita, trascurata e lasciata in disparte. Prometto di
rimediare, prometto che non succederà più. Sarai la mia priorità da oggi
in poi!”
Mi si riempiono gli occhi di lacrime, la paura di perderla è così forte
ora che potrei inginocchiarmi e pregarla di non lasciarmi.
“Se vuoi rimediare, Edward, va’ a parlarle. Non perdere ancora tempo.
Fallo per me e fallo per te. Se potessi tornare indietro… se potessi
parlare con mio padre e chiedergli scusa o ascoltarlo o anche solo
permettergli di restare nella mia stessa stanza… lo farei. Ma lui ormai
non c’è più e questo è uno dei rimpianti più grandi che mi porto dietro.
Lo sai bene.”
“Lo farò, te lo prometto.”
“Ora Edward, oggi. Non rimandare a domani. Io ti aspetto a casa, ti amo.”
La bacio, intreccio la lingua con la sua in un incontro disperato. La amo, la amo tantissimo.
Quando esce dal locale mi giro a guardarti e un secondo dopo le tue
spalle si irrigidiscono e ti volti verso di me lentamente, come se
sapessi di trovare una brutta sorpresa alle tue spalle.
I tuoi occhi diventano due fari verdi che mi incatenano. Inizi a tremare
visibilmente e la tua bocca si apre in un’espressione di pura sorpresa.
Poi nei tuoi occhi un tumulto di emozioni: paura, rabbia, rammarico,
tensione e dolore.
Sei sempre stata così limpida per me, è sempre stato così semplice leggerti.
I nostri occhi non si sono mai incontrati da tre anni a questa parte,
quando al funerale di tua madre mi guardasti con rabbia e dolore. Io me
ne stavo lontano, in mezzo alla gente comune, così distante per non
avere la tentazione di stringerti tra le braccia e sussurrarti che
sarebbe andato tutto bene. Il tuo sguardo, quel giorno, mi uccise mille
volte.
Ed ora la scena si ripete, con il triplo del carico emozionale che potevamo sperare.
Mi avvicino di un passo e tu ti irrigidisci afferrando con una stretta il braccio della tua amica.
Piccola, non voglio farti del male.
L’odio che scorgo nei tuoi occhi mi rallenta, mi impaurisce, tremo così
tanto che sembra esserci, attorno a me, un terremoto. Eppure tutti sono
fermi, i loro sguardi puntati su ciò che facevano prima. Nessuno si cura
di noi, tesoro. Nessuno si rende conto di quello che sta accadendo in
questa sala.
Mille ricordi affollano la mia testa, ma prima che possa piegarmi in due
dal dolore li scaccio, così come trattengo le lacrime che vorrebbero
scorrermi dagli occhi.
“Elizabeth” Sussurro con voce roca ed emozionata, quando ormai sono ad
un passo da te. I tuoi occhi sgranati e impauriti mi fissano, sei
sconcertata. Poi la tua amica ti scuote e mi rivolgi uno dei tuoi
sguardi rabbiosi.
“Cosa ci fai tu qui?”
Vorrei dirti che sono sempre qui, sempre al tuo fianco, sempre, in ogni
momento della tua vita. Invece mento, perché non è il momento giusto.
“Stavo prendendo un caffè con Isabella. Come stai?”
“Prima stavo bene, ora vorrei che sparissi dalla mia vista!”
“Betty! Piantala!” La tua amica ti tira uno schiaffo sul braccio e mi
sorride alzandosi, afferra la borsa dalla sedia sotto il tuo sguardo
sgomento. “Salve signor Cullen, è bello rivederla. Sto andando a fare la
spesa, può fare compagnia a Betty, così ha un passaggio per tornare a
casa!”
“Mery dove cazzo vai?” Ti ho sentita pronunciare parolacce spesso e
volentieri in questi anni, da lontano, eppure non mi sono ancora
abituato.
“Grazie Meredith, buona serata!” Mi volto verso di te con un cipiglio preoccupato. “Possiamo parlare, per favore?”
“No, certo che no. Sono passati sette anni, Edward. Non ti ho parlato in
tutto questo tempo e non lo farò neppure oggi. Vado a vedere se c’è un
taxi che mi accompagna a casa!”
“Piccola per favore, siediti e ascoltami!” La gente aveva iniziato a
volgere gli sguardi verso di noi e ovviamente io sono quello che passa
per uno psicopatico.
“Non sono piccola e sicuramente non lo sono più per te. Fattene una ragione Cullen, stammi alla larga!”
Lasci venti dollari sul tavolo e con la borsa in spalla cammini a passo
spedito verso la porta. Impreco tra me e me, incrocio le dita che
nessuno si frapponga nella nostra distanza e ti seguo non prima di aver
lasciato trenta dollari per il mio conto e il tuo, riprendendo i tuoi
soldi.
“Elizabeth, fermati!”
“Vattene, Cullen!”
“Elizabeth! Elizabeth!” Nonostante corra ogni mattina all’alba sono
ancora fuori forma per starti dietro, in più molta gente mi viene
addosso, quasi per sbaglio.
“Devi farti la visita dall’otorino, Cullen. Vattene, ho detto!”
“Elizabeth, fermati! Dannazione fermati!” Con il fiatone al massimo
riesco comunque ad accelerare l’andatura fino a bloccarti il polso tra
le mie dita e fermarti. Mi guardi preoccupata e ansiosa.
“Lasciami.”
“Fermiamoci a parlare, ti prego!”
“Non abbiamo nulla da dirci. Lasciami o mi metto a urlare!”
“Dannazione! Sei cocciuta peggio di un mulo!”
“Che ironia! Lasciami, Edward!”
“Senti, so che nessuno ti ha detto nulla, che nessuno ti ha spiegato…
neppure tua madre. Vorrei solo che mi ascoltassi, adesso che è passato
tutto questo tempo. Ti sto pregando!”
“Puoi pregare quanto vuoi. E lascia stare mia madre!”
“Giusto, lei è una santa, io invece sono il padre cattivo e stronzo,
menefreghista, irresponsabile e rovina famiglie!” Il tono arrabbiato con
cui sbotto contro di te ti fa indietreggiare quel tanto che riesci,
ancora con la mia mano ferma sul tuo polso.
“No, ti sbagli! Ti sbagli perché tu non sei mio padre, tu non sei nessuno. Nessuno hai capito?”
Resto senza fiato e lascio andare il tuo polso di scatto. Sei libera di
andartene ma resti impalata a guardarmi con gli occhi esageratamente
sgranati. Faccio un passo indietro amareggiato e deluso. Colpito dalle
parole più dure che potessi sentire, impreparato a sentirmi un estraneo
nella vita di mia figlia. In cuor mio avevo sempre la speranza che
seppur invisibile, seppur lontano dalla tua vita mi considerassi ancora
tuo padre. Ero convinto che il legame che si è creato in dodici lunghi
anni potesse, in qualche modo, restare ancorato dentro di te senza
lasciarti mai. Invece non mi consideri tuo padre. Non sono nessuno.
Non sono l’uomo che ti ha stretto tra le braccia quando tua madre ti ha
messa al mondo, non sono stato io a cambiarti il primo pannolino, non
sono stato io a svegliarmi nelle notti piagnucolose quando facevi i
capricci. Non ero io quello che ogni mattina ti accompagnava all’asilo
fiero di tenerti tra le braccia, non ero io che ti accompagnava al
parco, ti aspettava giù da ogni discesa o ti spingeva sull’altalena. Non
sono l’uomo che ti ha stretto tra le braccia ad ogni pianto, che ti ha
coccolata durante la notte, che ti ha protetta da ogni pericolo. Io non
sono nessuno.
Eppure nella mia casa c’è una camera che porta il tuo nome, ancora piena
dei tuoi abiti di bambina e dei peluche che ogni giorno ti portavo a
casa. C’è ancora quel ritratto di noi, tu seduta sulle mie gambe mentre
mangiamo un gelato con i nasi sporchi di panna e due grandi sorrisoni.
C’è la tua biciclettina in garage, fucsia e nera perché rosa era troppo
da femmina, ma nera era troppo triste.
Io non sono nessuno.
Eppure ricordo l’attimo esatto in cui con le tue ditina hai stretto il
mio indice e l’hai portato alla bocca per mordicchiarlo, anche se eri
senza denti; ricordo il momento in cui i tuoi occhioni chiari si sono
aperti e ti ho sorriso, dandoti il benvenuto al mondo. Ho stampato nella
mente l’immagine di te stesa nel mio letto mentre guardiamo un cartone
animato di Barbie e, a soli cinque anni, eri già così intelligente da
trovare banale un cartone del genere.
Se io non sono nessuno… tutti questi ricordi sono niente. Sono solo
immagini di una vita troppo lontana da poter afferrare. Se io non sono
nessuno, ogni momento che ho vissuto è paragonabile al nulla,
all’indifferenza, all’inutilità. Fino a qualche ora fa avrei pagato oro
pur di avere anche solo un’ora di tempo di quei giorni, poterti
stringere forte, vederti sorridere, sentire la tua voce che mi chiama
papà.
Ora ho perso tutto. Niente ha più valore.
Io non valgo nulla.
Non sono tuo padre.
Sono nessuno.
Mi allontano da te con sguardo smarrito, mi sento addosso una stanchezza
infernale, un’amarezza infinita e una delusione enorme. Cosa posso fare
adesso?
Ho perso tutto, anche l’ultimo briciolo di speranza che mi restava,
anche quel lieve filo che mi teneva legato ai ricordi. Tagliato.
Spezzato. Bruciati in un lampo.
Ti avvicini, preoccupata e dispiaciuta.
“Edward…”
Non dovresti chiamarmi per nome, dovresti chiamarmi papà, ma non lo fai più da sette anni e mai più lo rifarai. Scuoto la testa violentemente arretrando lungo il marciapiede.
Volevo solo parlarti, volevo solo spiegarti. Era tempo di sotterrare
l’ascia di guerra e farti capire che non è colpa mia, che non è colpa di
Isabella, che non è colpa tua. Invece non sei ancora pronta e,
probabilmente, mai lo sarai.
“Non pensavo che portassi ancora tutto questo rancore, non pensavo fossi
ancora così arrabbiata né che mi considerassi nessuno. Non mi vedrai
più, lo giuro! Addio Elizabeth.” Incapace di restare a qualche metro da
te ancora a lungo ti volto le spalle e a testa bassa, con sguardo vacuo,
torno a casa.
“Edward, che diavolo è successo?”
Isabella mi fa entrare in casa e mi accoglie tra le sue braccia,
singhiozzo incapace di sopportare oltre e mi lascio andare appoggiandomi
a lei.
“Shh. Shh. Amore si risolve tutto. Vedrai che andrà tutto bene. Vieni sediamoci sul divano!”
Vergognandomi della reazione che ho avuto mi copro il volto con le mani prendendo posto, di peso, sul divano.
“Hai parlato con tua figlia?”
“Non è mia figlia, lei non mi considera suo padre, non sono nessuno per lei.”
“Oh Edward, mi dispiace. Mi dispiace tanto!”
Non so quante ore resto fermo in quella posizione, non ho fame, non ho
sete, ho solo voglia di dormire e dimenticarmi ogni cosa. So già, però,
che farò fatica a prendere sonno.
Il campanello d’entrata mi riscuote dallo stato in cui sono caduto, ma
prima che possa anche solo pensare di alzarmi Isabella è alla porta.
“Oh, ciao. Ehm… non ti aspettavamo. Vuoi entrare?” La voce imbarazzata
di mia moglie mi preoccupa, aspetto che succeda qualcos’altro e poi vado
alla porta. Mi gelo, però, quando sento l’altra voce.
“No, non credo sia il caso. Vorrei solo sapere se sta bene, dato che
prima è fuggito via e non sembrava stare benissimo. Era pallido e
sconnesso.”
“Elizabeth tuo padre non sta bene, vuoi entrare a bere un caffè?”
“Non è mio padre, Isabella!” Non ho la forza di alzarmi, soprattutto dopo queste parole.
“Senti io non sono nessuno, ma sono stanca di vedervi così. Tu da una
parte e lui dall’altra. Lo sai che sono anni che ti segue
disperatamente? Ti segue Elizabeth. Lascia me a casa e ti osserva da
distante, si è beccato una ventina di denunce, è finito in ospedale due
volte e ogni notte quando torna a casa è sempre più distrutto. Dovete
parlare.”
“Isabella!” Non riesco a trattenermi, con un balzo sono in piedi e mi
fiondo nel corridoio. Non doveva dirle queste cose. Non ora, non dopo
quello che Elizabeth ha detto di me.
“Edward, scusa ma…” Il suo sguardo dispiaciuto e mortificato mi stringe
il cuore, non posso rimproverarla, non posso avercela con lei, sta
facendo di tutto per me, ha sempre fatto di tutto per me.
“Non importa, lascia stare. Ho un po’ di fame, ti va di preparare
qualcosa di veloce?” Annuisce composta e poi si volta verso Elizabeth.
“Ti fermi per un boccone veloce?”
“No, grazie.”
E’ una situazione paradossale, soprattutto perché hai più confidenza con
mia moglie che con me. Stai bene attenta a non superare la soglia di
casa anche quando Isabella è in cucina.
“Volevo… ehm… volevo sapere se stavi bene. Oggi sei scappato e…” Vorrei
ridere, è una situazione comica da un lato, eppure non trovo le forze.
“Starò bene. Domani sarà un nuovo giorno, giusto? Le cose dopo una bella dormita dovrebbero sembrarmi migliori. Giusto?”
“Ho sempre pensato che chi ha inventato questo detto fosse ubriaco!”
mormori e fai in modo che mi scappi un sorriso. Poi un lieve profumo di
bacon arrostito mi fa borbottare lo stomaco e anche il tuo brontola per
la fame.
“Vuoi entrare e mangiare un boccone?”
“No, grazie. I nonni mi aspettano e devo prima passare da un amico…”
“Va bene.” Mi mancano le parole, improvvisamente la gola si è seccata. “Per cui, grazie di essere passata a… vedere come stavo.”
“Sì, io… ecco, sarei passata anche per un altro motivo. Il nonno e la nonna… mi hanno raccontato qualcosa e volevo scusarmi.”
Scusarti? Sei venuta qui per scusarti. Precisamente per cosa? Temo che
possa sfuggirci la situazioni dalle mani, per cui cautamente annuisco
con il capo e rilascio un sorriso mesto.
“Sì, beh… scuse accettate!”
“Non mi chiedi per cosa sono?”
“Ho paura ad ascoltare la tua risposta, Elizabeth. Temo che non mi
piacerà e vorrò tornare indietro nel tempo e, ancora una volta, avere
una seconda possibilità. Ma la vita non le concede e le persone, mi sono
accorto, neanche.”
“Una seconda possibilità. Anche io ne ho chiesta qualcuna alla vita, eppure mi ha sempre risposto picche.”
“E cosa hai fatto in quel caso?”
“Me la sono presa con la forza, in alcuni casi, in altri… ho rinunciato con il cuore spezzato.”
“Sei proprio cresciuta forte e determinata.”
“E tu sei diventato l’uomo che non mi aspettavo di trovare dopo sette anni.”
“Cioè?”
“L’ombra di te stesso e con un matrimonio in declino, ossessionato dal
tuo passato.” Non rispondo, sapendo che hai perfettamente ragione. Il
tuo stomaco brontola ancora e mi accorgo, guardando l’orologio che orna
una parete in entrata, che sono le nove passate.
“Sei sicura che non vuoi entrare e mangiare qualcosa? A giudicare
dall’odore che proviene dalla cucina, Isabella sta preparando bacon
grigliato, uova strapazzate con formaggio fuso, pane integrale e
insalata di patate e pollo. Un piatto che ti stende!”
“Non credo che sia il caso, Edward.” Dopo l’ennesima stilettata che mi
fa allontanare vedo arrivare in mio soccorso Isabella, con una macchia
di maionese sulla maglietta e un grande sorriso sul volto.
“Elizabeth, per fortuna sei ancora qui. Ho cucinato troppe uova e
l’insalata di patate e pollo domani non è più buona, odio sprecare il
cibo. Entra e mangia un boccone.”
“Isabella, è gentile da parte tua ma…”
“Ma niente scuse. Forza Edward, vai a lavarti le mani e accompagna Isabella in bagno!”
Tu borbotti qualcosa dietro alle mie spalle, mentre costretta ad entrare
in casa lasci le scarpe in entrata e prosegui a piedi scalzi.
“Come se non sapessi dov’è il bagno qui dentro! Isabella è molto furba,
mi ha incastrata, non è vero?” Ridacchio, per la prima volta nella
giornata, orgoglioso di mia moglie.
“Isabella è molte cose, ma la furbizia è una dote che mi fa tremare le ginocchia, ogni tanto!”
“Sarebbe bello avere un’amica come lei, sembra sveglia, sa cucinare ed è furba.”
“E’ a tua disposizione, quando vuoi.” Le dico mentre entro in bagno a
lavarmi le mani per poi lasciarla libera qualche minuto. Torno da mia
moglie sorridendo appena, la stringo in un caldo abbraccio appoggiando
le mani sulla sua pancia e le bacio la guancia.
“Ti amo Isabella. Ti amo da morire!”
“Vedrai che andrà tutto bene!”
Entri in cucina schiarendoti la voce.
“Questo posto non è cambiato di una virgola, a parte il corridoio dove ci sono quadri splendidi!”
“Li ha disegnati Isabella, ha talento, vero?” Ti dico baciando la testa di mia moglie.
“Sono solo scarabocchi che faccio quando tuo padre mi fa incazzare.
Prendete posto, ho una fame che potrei mangiare un’intera macelleria!”
Bella ci riempie i piatti e poi si siede, io e te siamo di fronte,
mentre lei si siede al tuo fianco sorridendoti amorevolmente. Ha sempre
voluto dei figli, ha sempre desiderato essere mamma e l’idea che tu
potessi vederla come tale l’ha sempre emozionata. Eppure tu l’hai odiata
tanto quanto odi me, se non di più.
“Allora Elizabeth, raccontami, l’università ti piace? Il lavoro è
appagante? Hai qualche hobby particolare? Ti piacciono ancora i cartoni
animati dei supereroi?” Mia moglie ti rivolge un’infinità di domande e
tu scuoti la testa sorridendo imbarazzata.
“E’ vero che mi hai seguita allora!” Mormora verso di me.
“Ehm, ho dimenticato di mettere l’ammorbidente in lavatrice, torno subito!”
Grazie amata moglie, per infilarmi in questi cammini tortuosi e poi lasciarmi da solo. Sei un’esperta in questo.
“Sì, sì l’ho fatto. Sono sempre stato a distanza, invisibile. Ma ti ho
sempre seguita e se vuoi denunciarmi… fa’ pure.” Borbotto infilandomi
una forchettata di uova in bocca.
“Veramente la cosa mi lascia piacevolmente stupita.”
“Perché?”
“Come ho fatto a non vederti?”
“E’ facile, Elizabeth. Tu hai messo una pietra sopra di me dal momento
in cui hai abbandonato la hall del mio palazzo. Mi hai dimenticato. Mi
hai ignorato. Mi hai cancellato dalla tua vita. E’ così che è andata,
no? E’ così che ho smesso di essere tuo padre e sono diventato nessuno.”
“Edward…”
“Non mi devi nessuna spiegazione, sono passati così tanti anni che è
giusto che sia così.” Il cibo non mi è mai sembrato così poco appetitoso
come in questo momento. Dopo sette anni mi ritrovo di fronte a te, più
bella che mai e più forte di sempre, e non so come reagire.
“Credo che Isabella abbia ragione, dobbiamo parlare.”
“A cosa servirebbe? A farci altro male? Sono certo che tu abbia sofferto
tanto quanto ho sofferto io, sono certo che tu mi abbia odiato fin nel
profondo ogni giorno della tua vita. Sono sicuro che il dolore che hai
passato non lo scorderai mai e non potrò mai ricucire le ferite inferte.
Cosa parliamo a fare? Sprechiamo fiato, ci facciamo male, ci illudiamo
di poter risolvere… la verità è che non succederà mai.”
“Non sei mai stato così negativo nella tua vita, come mai ora? Perché pensi che non possa risolversi nulla?”
“Perché hai 19 anni, tesoro, io ne ho 37 e sette anni di queste nostre
vite sono stati designati a ignorarci. Tu non mi consideri neppure più
tuo padre. Cosa c’è da risolvere? Cosa posso dirti, cosa posso fare ora,
che non ho potuto e non potevo fare ieri?”
“Quando la mamma è morta mi ha lasciato una lettera, avrei dovuto
aprirla il giorno del mio diciottesimo compleanno, così come nei più
lacrimevoli film che passano in tv. La verità è che il nonno era stanco
di questa situazione e mi diede la lettera subito dopo la sua morte.
Sai, da padre non riusciva a comprendere come facessi, tu, a starmi così
lontano. Infervorato dalla rabbia nei confronti della mamma mi fece
leggere la lettera.”
L’appetito mi è passato completamente, perfetto.
“Mi aspettavo che dentro ci fosse la spiegazione che sia i nonni sia tu
mi avete tanto offerto ma che io non avevo mai voluto ascoltare. Invece
mia madre mi ha solo detto che se avesse potuto tornare indietro avrebbe
cambiato certe cose, che non rimpiangeva il fatto di avermi avuta ma le
modalità e tutto ciò che è successo dopo. Mi scrisse di concederti una
seconda possibilità, quando sarei stata pronta. Ma niente di più. Non ho
parlato con il nonno prima di qualche mese. Poi mi feci raccontare ogni
cosa.”
Rabbrividii. E così lo sapeva, ma non era tornata da me.
“Quel giorno ti sei fatto insultare, ti sei fatto odiare senza colpa. Ed
io mi sentivo così in colpa, mi vergognavo così tanto che non sapevo
come chiederti scusa.”
“Elizabeth le cose sono degenerate in fretta, eri piccola e non potevi capire a fondo.”
“Sì, ma da quando ho scoperto la verità sono passati anni e, come puoi
vedere, non sono più tanto piccola.” Continui a mangiare piccoli
bocconi, sposti la roba di qua e di là nel piatto senza sfamarti
completamente, così come sto facendo io. “Vorrei solo averti ascoltato
prima o aver trovato il coraggio di venire qui. Ora vorrei ascoltare la
tua versione!”
“Cos’è cambiato da questo pomeriggio quando mi dicevi di andarmene, di
lasciarti stare, che io non sono nessuno?” Non dovrei farmi invadere
dalla rabbia… eppure è quello che accade ora.
“Oggi ero sconvolta, non mi aspettavo di vederti lì, non mi aspettavo
che Mery se ne andasse lasciandomi da sola ad affrontare le mie
stronzate e le mie paure più grandi. Poi ti ho guardato dopo averti
detto quelle cose così brutte… e mi sono chiesta come mi sarei sentita
io se tu mi avessi detto che non sono nessuno per te, che non sono più
tua figlia. Il nonno è stato cruciale nella decisione di venire a
parlarti. Mi ha fatto sentire in colpa, più di quanto non lo fossi già!”
“Tuo nonno è un uomo particolare, quando frequentavo tua madre giurava
di spaccarmi la testa se solo le avessi fatto del male. Quando disse ai
suoi genitori che era incinta, sua madre era esaltata mentre tuo nonno
per poco non fece un infarto.”
“Eravate molto giovani!”
Ed eccoci arrivati a parte della questione. Se solo mi avessi lasciato
parlare anni fa, piccola, oggi non saremmo a questo punto.
“Giovani, immaturi, ingenui, stupidi e di sicuro irresponsabili. Mettere
incinta Victoria è stato l’errore più grande della mia vita fino a
qualche anno fa, ma allo stesso tempo è stata la gioia più grande che
potessi desiderare.”
“Come possono coincidere le due cose?”
“Beh, tu hai diciannove anni piccola, è come se avessi già una bimba di
due anni. Tua madre ti ha avuta a diciassette anni, io ne avevo appena
compiuti diciotto. Dovevo ancora prendere il diploma e fare i piani per
il mio futuro, non sapevo cosa volevo diventare, non sapevo dove volevo
studiare… Non sapevo nulla. Zero assoluto. Eppure ti stringevo tra le
braccia, ti cullavo la notte e giocavo con te quando sei cresciuta. Ho
comunque preso le mie decisioni importanti, ho studiato, mi sono
laureato e ho preso il posto di mio padre al comando della sua azienda
per consentirgli di avere più tempo libero. Sono riuscito a fare tutto
questo anche se quando tornavo a casa c’era una piccola peste di qualche
anno che mi correva incontro e non mi lasciava stare neppure quando
facevo la doccia.”
“Deve essere stato impegnativo…”
“Impegnativo, difficile, a volte soffocante…”
“Quindi… la mamma aveva ragione. Vi ho davvero rovinato la vita?”
“No, tu l’hai solo resa più piena, più vivace. Hai permesso che valesse
la pena di andare avanti ogni giorno, superare le difficoltà e sforzarsi
di essere persone migliori, solo per te. Quando diventi padre il tuo
centro nella vita cambia. Non pensi a lavorare per te stesso, non pensi a
comprare vestiti per te stesso, andare fuori con gli amici a bere o far
tardi la sera. Quando diventi padre tua figlia è il centro perfetto del
tuo universo. Tutto ruota attorno a quel piccolo esserino che ha
bisogno di amore e protezione. Dimentichi gli amici, ti accontenti di
vederti per un caffè dopo le lezioni; non hai bisogno di avere quindici
paia di jeans o quaranta camice ordinate nell’armadio, ti basta avere
sempre un peluche da portare a tua figlia.”
“Come fai a dire che non hai la vita rovinata? A me sembra un disastro…”
“E’ perché non hai mai stretto tra le braccia il sangue del tuo sangue,
perché non hai mai dato un biberon a tua figlia, non ti ha mai sorriso o
gorgogliato qualcosa. Non capisci la gioia di essere padre finché non
comprendi le preoccupazioni che vengono ripagate dalla felicità nel
volto di tua figlia. O quando dopo una giornata passata fuori di casa
apri la porta e lei ti corre incontro saltellando e riempiendoti la
testa della sua giornata infinitamente più semplice della tua. Ed ogni
volta che non riesce a dormire sale nel tuo letto impaurita e vuole solo
che tu la stringi forte… è allora che ti senti un eroe. Questa è la
gioia. Se tornassi indietro io non cambierei proprio nulla di quel
periodo. Rifarei lo stesso errore con Victoria per poi ritrovarmi te tra
le braccia. Tu sei davvero la parte migliore di me, Elizabeth.”
Mi commuovo e mi emoziono mentre ti parlo, ma come potrebbe essere
diversamente? Ho la testa così assurdamente piena dei nostri momenti
insieme.
Ti schiarisci la voce e sbatti le palpebre per mandare via lacrime che
non vuoi che veda. So che le mie parole ti hanno commossa ed emozionata,
lo vedo dalle tue mani che tremano e dalle tue gambe che non riescono a
stare ferme.
“La mamma mi ha sempre detto che sono stata un errore e che nessuno dei
due tornerebbe indietro e rifarebbe lo stesso errore una seconda volta.”
“Elizabeth, la mamma era una persona molto egoista, egocentrica e
viziata. E’ cambiata quando sei nata tu, ma con il tempo è tornata alla
sua vera essenza. I primi anni sembrava così innamorata di te che
stupiva persino i nonni, poi le cose sono cambiate… e con il suo
cambiamento sono cambiato anche io. Non avevo più voglia di stare al
fianco di una persona che ti lasciava in disparte, che pensava ad uscire
con le amiche o a festeggiare piuttosto che godersi il tempo con te. Il
college l’ha rovinata, il suo corpo perfetto e il suo essere
maliziosamente attraente ha fatto sì che i ragazzi la puntassero, le
amiche arrivarono a frotte e d’un tratto la vita di casa non faceva più
per lei. Era così poco il tempo che passava con te che mi stupisco del
legame che si era creato fra voi.”
“Il nonno non mi ha mai raccontato queste cose, né tanto meno la mamma. Quindi io con chi stavo quando ero piccola?”
“Mio padre ha affittato per noi un appartamento poco distante dal campus
universitario, che guarda caso distava poco anche da casa loro. Finché
non terminavano le lezioni stavi con i nonni, poi venivo a prenderti.”
“E come riuscivi a mantenerci?”
“I nonni ci hanno aiutato. I miei suoceri riempivano il frigorifero, mio
padre pagava i conti. Questo fino alla laurea. Poi ho sempre provveduto
io a noi due ed ho ripagato i debiti con i nonni.”
“Guadagni così tanto?”
“Mio nonno aveva lasciato un fondo a mio nome che potevo toccare solo
nel momento in cui mi sarei laureato, non voleva che i soldi andassero a
un nipote scapestrato che non avrebbe mai preso in mano le redini della
società.”
“Poi cosa successe? Come si arrivò a… quel momento?”
“Passavi quasi tutto il tempo con me, però tua madre aveva iniziato a
volerti tenere durante la settimana. In quel periodo conobbi Isabella e
quando non stavo con te io e lei ci vedevamo. Non era nulla di serio in
quel momento. Victoria però non la prese bene. Disse che avevo delle
responsabilità, che dovevo stare con te, che non potevo lasciarti a lei
per uscire e gozzovigliare in giro. In sostanza voleva averti con sé ma
non voleva condividere me con altre donne.”
“Ti amava!”
“No Elizabeth. No. L’amore è diverso. L’amore è profondo e sincero,
metti l’altra persona nel tuo campo visivo, inondi il tuo cuore di lei,
qualsiasi cosa è per lei e verso di lei. E’ come l’amore per una figlia,
solo un po’ meno profondo.”
“Quindi la mamma non ti amava, però ti voleva.”
“La mamma voleva tutto. Ha cominciato a farmi liti su liti sempre, ogni
volta che ci vedevamo per te. Mi mandava messaggini e mi imponeva di
tornarmene a casa quando ero con Isabella. Più volte ti lasciava con i
nonni e ci seguiva. Era diventata pesante, ossessionata.”
“Non capisco, anche il nonno non ha saputo dirmi nulla di questa parte.”
“Quando tua madre è andata al college difficilmente tornava a casa, con
una scusa o un’altra restava a dormire in qualche camera, probabilmente
ragazzi e non amiche. Quando tornava, di rado, si concentrava su di me…
ritornava ad essere carina, seducente, sexy e legata a me. Poi
ripartiva, senza aver passato molto tempo in tua presenza. Ti riempiva
di regali però, quello sì. Quando fui ben impiantato nella società di
famiglia decisi di acquistare questo appartamento, ma lei voleva una
villetta, piscina, parco macchine e una zona chic. Io non ero disposto a
fare un investimento del genere. Litigammo e ci separammo una volta per
tutte. Aveva comunque visto che era facile dividere le attenzioni su di
te, un po’ io e un po’ lei. Per cui con il primo stipendio affittò la
villettina dove stavate. Ma ogni volta che mi vedeva ci provava… e
intanto stava con altri uomini.”
“E tu non le hai mai detto nulla?”
“Elizabeth, io non amavo tua madre. Non l’amavo prima e non l’ho amata
dopo. Affetto, quello sì, ma amore no. Isabella è la donna che amo,
quella che ho deciso di sposare e che voglio al mio fianco per tutta la
vita. E’ la donna che ha sopportato sette anni di esclusione e rinunce,
il mio cuore spezzato e un uomo rotto. Eppure è ancora al mio fianco, mi
prepara la cena, mi sorride, mi stringe forte e non mi abbandona mai.”
“Vorrei tanto trovare una persona così… E’ questo ciò che ti ha fatto innamorare di lei?”
“No!” Ridacchio scuotendo la testa. “Mi sono innamorato di Isabella
perché ha mille difetti. La notte si avvinghia a me scaldandomi come una
stufa, inciampa ogni tre passi, si mangia le pellicine delle unghie ed è
maledettamente disordinata.”
“Ti ho sentito!” Urla dal bagno mia moglie facendoci scoppiare a ridere.
“Però è bella, sensuale, forte, determinata, intelligente. Leale.
Affettuosa. E’ una donna passionale, quando ama qualcuno non può fare a
meno di dargli tutto. Io ho tutto di lei, il suo cuore, la sua anima, la
sua forza, il suo coraggio… tutto. E poi ha un sorriso meraviglioso e
gli occhi più belli che ho visto in una donna, dopo di te. E mi ama. Mi
ama così tanto da sopportare che suo marito abbia una figlia con
un'altra donna. Mi ama così infinitamente da superare con me ogni
difficoltà e sette anni di un intenso dolore.”
“Ora capisco. Non hai mai parlato così della mamma.”
“Perché non l’amavo, piccola!”
“Quindi lei era gelosa, ti voleva per sé, ma tu volevi Isabella. Io
credevo ti amasse. Come siamo arrivati a non parlarci per sette anni?”
“Ah tesoro, se non me lo dici tu!” Scuoto la testa ma dato che è il
momento delle confessioni è il caso di lasciarsi andare e farla finita.
“Io e tua madre litigavamo da giorni, per telefono, per strada, nel mio
appartamento. Non importava a quale ora del giorno e della notte. Non le
fregava nulla se con me c’era Isabella o se fossi solo. Voleva
litigare, poi si metteva a piangere e pretendeva che la confortassi e
facessimo pace. Non andò mai come avrebbe voluto. Ero ormai già cotto di
Isabella e non avevo intenzione di tradirla. Una sera eri da me,
l’ennesima sera che ci sentivi litigare. Te ne sei stata nella mia
camera con Isabella mentre tua madre urlava come un’isterica in salotto,
diceva cattiverie verso di me.”
“Sì, ora ricordo. Urlò che eri un irresponsabile, uno stronzo, un
bugiardo e un traditore. Disse che non mi volevi e che quando avresti
sposato Isabella ti saresti dimenticato di me perché ero solo un peso
per te. Disse tante altre cose… brutte.”
“Erano tutte bugie Elizabeth. Erano tutte stronzate. Isabella aveva
cercato di consolarti ma iniziasti a vederla come un’intrusa, a
trattarla come se fosse cattiva, iniziasti ad odiarla e a urlare come
tua madre. Provai a fermarti ma ti eri chiusa nella tua stanza e non
volevi più vedermi. La mattina dopo chiamasti tua madre perché ti
venisse a prendere. Passarono due giorni e non ti vidi, mai, neppure per
qualche minuto. Fino a quando tua madre mi chiamò per dirmi che stavi
venendo da me, si scusava perché ti aveva raccontato che eri solo un
peso, che non ti volevo all’inizio, che ora che avevo trovato Isabella
ti avrei dimenticato.” Prendo un sorso di acqua e distolgo lo sguardo
dal tuo. “Si scusò, ma intanto ti aveva raccontato un mare di frottole
per due giorni, ti disse che era per quello che non avevo voluto che
prendessi il mio cognome.”
“E’ stato ciò che mi ha ferito di più in assoluto. Sembravi così legato a
me, stavi con me tutto il tempo e avevi ridotto anche l’orario di
lavoro, c’eri sempre. Non avevo mai parlato con te del mio cognome, ma
le domande me le sono fatte spesso. Finché la mamma non mi disse quella
cosa ed io non ci vidi più dalla rabbia. Ho corso, preso la metro e sono
arrivata qui. Ti ho urlato addosso tutte quelle cose cattive… Non ti ho
lasciato parlare e me ne sono andata.”
“Non ti sei più voltata indietro. Non hai più voluto parlare con me, non
hai più risposto ai miei messaggi, alle mie chiamate, non ti facevi
neppure trovare a casa. Sei sparita. Non sapevo più cosa fare Elizabeth,
non avevo idea di come spiegarti che tua madre era solo arrabbiata.”
“Però io non sono una Cullen.”
“No, legalmente non hai il mio cognome. Tua madre è stata indecisa fino
all’ultimo secondo, poi tuo nonno le ha detto che siccome non eravamo
sposati e non era un rapporto solido, il nostro, era meglio che avessi
il loro cognome, così non potevo avanzare nessuna pretesa su di te.”
“Il nonno ti ha fatto questo?”
“Sì, è per questo motivo che in questa lite ha preso le mie difese.
Perché sa come sono andati davvero i fatti, perché è amareggiato per non
aver preso decisioni diverse anni fa e perché non ha aiutato abbastanza
perché ci riavvicinassimo.”
“Lo senti spesso?”
“Ogni giorno. Lo chiamo per sapere come stai, le novità, mi tengo informato come posso.”
“Perché prima di oggi non ti sei mai avvicinato?”
“Perché non ero pronto.”
“Ed ora cosa è cambiato?”
“Tante cose, Elizabeth.”
“Ad esempio?”
Ti guardo, seduta qui di fronte a me, nella mia cucina. Questo è il
primo cambiamento. Stiamo parlando civilmente, siamo nella stessa casa,
nella stessa stanza e seduti allo stesso tavolo. Non succedeva da sette
anni. Forse siamo pronti entrambi, forse no.
Eppure ti osservo, i miei occhi immagazzinano ogni parte di te,
memorizzo la tua immagine, le tue dita sottili, la tua pelle delicata,
il viso fiero, quelle labbra identiche alle mie e gli occhi, gli occhi
più belli del mondo, insieme a quelli di Isabella. Gli occhi verdi di
mia figlia.
“Hai ragione, il mio matrimonio è in declino. Ho trascurato mia moglie
in modo imperdonabile e oggi non ha più retto a questa tensione, a
questa situazione e alla tavola calda mi ha aperto gli occhi.”
“Quindi devo ringraziare Isabella se ora ci stiamo confrontando?”
“Sì. Vorrei dirti che ho trovato il coraggio, che è merito mio e tutto
il resto, la verità però è che senza Isabella non avrei mai trovato il
coraggio di parlarti o avvicinarti. Sarei rimasto nell’ombra ancora e
ancora.”
“Quindi… dovrai riconquistare Isabella e farti perdonare per tutti
questi anni in cui l’hai ferita e trascurata. Come pensi di fare?”
“Non lo so. In questo momento sono molto confuso.”
“Lo capisco.”
Restiamo a guardarci per minuti interminabili, fino a che Isabella non
entra in cucina con un grande sorriso e gli occhi rossi. Ha pianto, mia
moglie si è commossa.
“Bene, ho infilato i panni nella asciugatrice, ho piegato la biancheria
ed ho avviato un’altra lavatrice, menomale che mi sono portata avanti o
avrei finito domattina. Ehi, non mangiate più?”
“Grazie amore, è squisito ma ho lo stomaco chiuso.”
“Sì, anche io. Però era delizioso, davvero. Grazie.”
“Figurati Elizabeth, è un piacere cucinare per voi! Volete un caffè?”
“No, grazie. E’ meglio se vado a casa ora.”
“Resta a dormire qui. Ti presto qualcosa di mio per la notte e c’è
ancora la tua camera chiusa. A dire il vero ci sono una moltitudine di
pupazzi e peluche che non saprei dove mettere, però c’è anche una camera
degli ospiti. Fermati qui, dai!”
Guardo Isabella mentre tenta di convincerti e dal faccino pensieroso e
le labbra intrappolate tra i denti, immagino non ci vorrà molto.
“Domattina preparo i pancake con mirtilli e yogurt bianco, caffè con la
panna e c’è una crostata nel forno che sembra deliziosa, fatta
stamattina. Resta qui, ti prego. Edward è così noioso, almeno possiamo
guardare uno di quei film per ragazze io e te, mentre lui ci mette lo
smalto alle unghie. Che te ne pare?”
Scoppi a ridere di gusto mentre mia moglie ti implora. E’ bellissimo guardarti così.
“E va bene. Mi hai convinto. Dovresti fare l’avvocato!”
“Fidati, a fare la segretaria di un grande boss ho più potere. Tuo padre fa quasi tutto ciò che gli consiglio e gli dico!”
“Ehi, non è vero!”
“Come no! Tzé!”
“Da domani ti mando a lavorare nell’ufficio delle risorse umane, non c’è quel Mark che ti fa il filo e che sbava ovunque?”
“Oddio no! Preferirei lavorare all’ufficio vendite, lì c’è Lucas… un gran bel pezzo di…”
“Basta! Abbiamo capito!” Ridi da prima che cominciasse la nostra
scenetta ed è così semplice, così normale che mi si riempie il cuore
d’amore.
“Siete pazzeschi!”
“Già, quando avremo l’età dei tuoi nonni vedremo se la penserai allo stesso modo!”
“E’ tanto che non vedo nonno Carlisle e nonna Esme, saranno furiosi con me.”
“Tesoro non sono furiosi, sono solo delusi e gli manchi. Niente che
delle scuse e un abbraccio lungo un tempo infinito non possa risolvere.
Tuo padre li ha sempre tenuti aggiornati comunque.”
“Anche a me mancano molto…”
“Lo immaginiamo, tesoro. Ora vai in divano con Edward e scegli tu il DVD
o tuo padre finirà per scegliere uno di quei polizieschi dove volano
pallottole a tutto ritmo.”
“Posso aiutarti a sistemare qui?”
“Ammetto che mi farebbe piacere una mano, ma sono più felice se vai di
là.” Poi avvicinandosi al tuo orecchio sussurra, anche se la sento
benissimo. “Parli con papà e gli dici davvero tutto, tutto, tutto quello
che c’è da dire dopo questi sette anni di silenzi e ti fai raccontare
quello che vuoi sapere.”
La ascolti sorridendo dolcemente e mi segui in salotto. Con tono leggero
guardiamo i DVD nello scaffale e, scelto uno che piace a te, ti sistemi
sul divano.
“Isabella è meravigliosa. E’ una donna così forte, così dinamica, così
splendida. Capisco come hai fatto a innamorartene. Persino io sono stata
risucchiata.”
“Vorrebbe dei figli…” Mi lascio scappare non volendo.
“Perché non li avete?”
“Perché non ho voluto.” Mi guardi confusa, poi sgrani gli occhi e attorcigli le dita una con l’altra.
“E’ per colpa mia. E’ perché abbiamo litigato e non ti ho più voluto.” Annuisco debolmente.
“Avevo il terrore di commettere degli errori, di sbagliare qualcosa
ancora una volta e di perdere tutto di nuovo. Temevo che potesse
succedere come con te. Ho fallito con te e avevo la stramaledettissima
paura di fallire ancora. Bella non si merita un uomo a metà e i nostri
figli non si meritano un padre rovinato.”
“Ma ora che… ora che abbiamo parlato è cambiato qualcosa, giusto?”
“Tu vorresti che le cose cambiassero?”
“Spesso in questi anni mi sono chiesta cosa avrei fatto se fossi venuto a
chiedermi scusa, a spiegarmi… la prima idea era quella di non
ascoltarti, poi quella di sentire qualcosa che non era piacevole, per
ultimo immaginavo di perdonarti e di venire a vivere con te. Non so se
sono pronta per questo passo, però forse un fratellino mi piacerebbe.”
“E tra noi… cosa vorresti che cambiasse?”
Ci rifletti per qualche secondo, poi ti passi una mano tra i capelli nel
gesto che hai preso da me e fissi la tv davanti a te per qualche
secondo. Poi ti volti a guardarmi fisso negli occhi.
“E’ passato tanto tempo e abbiamo bisogno di conoscerci per ciò che ci
siamo persi ma… non sarebbe affatto brutto vederci ogni tanto. Parlare,
cenare insieme… pensi sia fattibile?”
Scoppio di gioia. Una notizia meglio di questa non potevi darmela. Non
mi sarei mai aspettato che da questa giornata ne uscisse tutto ciò
eppure sei qui. Sei disposta a darmi una seconda opportunità che afferro
al volo.
“Penso sia meraviglioso.”
“Bene.”
“Bene.”
“Ho finito ragazzi, accendete il film!” Isabella si siede al mio fianco e
lascia te alla mia destra. Erano anni che non mi sentivo così bene,
così rilassato. “Elizabeth ti ho preparato la camera, il letto è grande e
ci sono le lenzuola pulite, i peluche li ho messi dentro l’armadio.”
“Grazie Isabella, per tutto.”
“E’ stato un piacere!”
Mia moglie appoggia la testa sulla mia spalla e mi lascia un bacio sul
petto, con il braccio le avvolgo le spalle e le bacio la nuca. Tu invece
sei a distanza, eppure ogni scena nuova del film ti fai più vicina. Oh,
le vecchie abitudini non muoiono mai.
A metà film hai appoggiato la testa sulla mia spalla e poco dopo ti ho
circondata con il braccio destro. Isabella mi ha sorriso dolcemente e io
ho chiuso gli occhi per godermi quella sensazione paradisiaca.
“Mi è mancato tutto questo…” Mormori soavemente.
“Anche a me. Dannatamente tanto.”
“Pensi che… possiamo rifarlo qualche volta?”
“Sì, assolutamente.”
“Okay”
“Edward, ti spaccherai la schiena. Non ha più dodici anni!”
“Non importa.”
“Sei cocciuto come un mulo!” Isabella sparisce in camera nostra mentre
io cammino lentamente verso la camera con te addormentata tra le mie
braccia. Sei cresciuta parecchio dall’ultima volta che ti ho portata
così. Ti stendo sul letto e ti adagio di sopra una trapunta. Ti
accarezzo una guancia e di colpo apri gli occhi spaesata.
“Dove sono?”
“Ti sei addormentata sul divano mentre guardavamo il film, ti ho portata a letto.”
“Proprio come ai vecchi tempi”
“Sì, solo che sei cresciuta dall’ultima volta!” Ridacchi e chiudi gli occhi, quasi estasiata.
“Eppure ce l’hai fatta.”
“Sono grande e forte!”
“E sei un eroe.”
“Lo ero un tempo, lo ero!”
“Tornerai ad esserlo, senza ombra di dubbio!”
“Mi fa piacere sentirlo. Ora dormi. Ci vediamo domattina a colazione.”
“Buonanotte!” Sto per uscire dalla camera quando mi chiami. Questa volta
il suono è melodioso, incerto, titubante… ma maledettamente giusto.
“Papà?”
“Sì, piccola?”
“Mi sei mancato tanto.” La luna ti illumina il volto e vedo una lacrima
scendere giù. Ti raggiungo in due falcate e mi piego ad abbracciarti. Ti
adagi sul mio petto e mi stringi forte.
“Anche tu piccola, anche tu. Mi sei mancata in ogni momento della
giornata, mi sei mancata come l’ossigeno, come il cibo, come una
bottiglietta d’acqua in mezzo al deserto. Mi sei mancata tanto da
impazzire. E non puoi immaginare la gioia di tenerti stretta tra le
braccia e di sentirti chiamarmi papà.”
“Ho fatto tanti errori, potrai perdonarmi?”
“Solo se tu perdoni me.”
“Ti ho già perdonato, papà!”
“Oh piccola mia! Oh piccola!”
Non riesco a frenare le lacrime che scendono dai miei occhi, non sapevo di essere così pappamolle.
“Papà… so che passerà ancora del tempo prima di tornare nei binari
giusti ma mi farebbe piacere poter cenare con voi qualche volta e…”
“Non c’è neanche da chiederlo, tesoro. Tutto quello che vuoi. Oh piccola, quanto ti voglio bene!”
“Anche io te ne voglio papà. Davvero credimi, mi sei mancato tanto. Tanto.”
“Non importa. Non importa. Ora sei qui. Oh bambina!”
Non riesco a dire e fare nulla di diverso da ciò che continuo a fare da
dieci minuti: tenerti stretta, piangere e mormorarti quanto ti voglio
bene. Anche tu sta piangendo, mi domandi scusa, chiedi perdono e mi dici
che mi vuoi bene.
Cosa potrei volere di più dalla vita, in questo momento? Niente. E’ perfetta così.
Quando riesco finalmente a staccarmi da te siamo entrambi provati, ti
sistemi sotto le coperte e mi sorridi, tenendo ancora stretta la mia
mano. Mi sei mancata così tanto, piccola, che non mi sembra vero averti
qui.
“Ci vediamo domattina a colazione. Buonanotte piccola, sogni d’oro!”
“Buonanotte papà!”
Mi chiudo la porta alle spalle e mi fiondo in bagno, appoggio la testa
alla porta e sospiro. Non so se credere che tutto ciò sia la verità o
sperare di svegliarmi il prima possibile da questo sogno meraviglioso.
Mi lavo i denti e raggiungo mia moglie a letto. Ha gli occhi rossi e
stringe tra le mani un fazzolettino di carta. L’abat-jour sul comodino è
accesa in stanza, una lieve luce calda che mi rilassa. Mi avvicino al
suo comodino e afferro il blister che tiene nel primo cassetto, poi apro
il cassetto del mio comodino e afferro la scatola di preservativi. Li
getto nel cestino dell’immondizia e mi infilo sotto le coperte.
“Ora sono pronto ad andare avanti con la mia vita, amore. Con la nostra
vita. Grazie per stasera, ti sarò riconoscente a vita!” Mormoro
baciandole la testa.
“Vi ho spiati… scusa!”
“Non ti preoccupare, mi risparmi solo la fatica di raccontarti tutto!”
“E’ andata bene, mi pare!”
“E’ andata meglio di ciò che speravo. Abbiamo parlato tanto, ci siamo
perdonati a vicenda, lei tornerà a fare parte della mia vita e io voglio
far tornare questo matrimonio in carreggiata, voglio dedicarmi anche a
te, al nostro futuro, alla nostra vita.”
“Vuol dire che… vuoi dei bambini?”
“Sì, sì. Se tu mi ami ancora… se tu vuoi ancora la nostra famiglia!”
“La vorrò sempre amore, la vorrò sempre. Elizabeth è finalmente tornata a casa e ti amo ancora più di prima!”
“Anche io.”
“Bene… allora forse dovremmo cercare di dare una spinta a questa famiglia e tentare di fare dei bambini!”
“Sarà ancora in circolo l’ormone della pillola, amore.”
“Oh, io non credo!” Mi sorride maliziosa.
“Che hai combinato?”
“Niente! Diciamo solo che ho smesso di prendere la pillola da qualche
mese… e che i preservativi che hai usato erano quasi tutti bucati!”
“Bella!” Mi stacco da lei sorpreso. Mi sorride e mi scopro a ridacchiare con lei.
“Ti amo Edward, ti amo da impazzire. Non sapevo quanto ancora ci sarebbe
voluto perché tua figlia tornasse… ma non potevo aspettare in eterno.
Io voglio dei bambini e li voglio da te. Voglio la nostra famiglia!”
“Sei una pazza. Ma ti amo alla follia!”
“Anche io!”
“Bene… allora questi bambini?”
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