giovedì 4 febbraio 2016

Regalo di Natale

**Note di Aly
Salve a tutte. So che dovrei aggiornare Grido nel Silenzio, piuttosto che star qui a tediarvi con queste OS, ma volevo rendervi partecipi anche di queste creazioni che hanno partecipato ad altri contest.
La FF che vi presento oggi ha partecipato al contest natalizio di un gruppo di Facebook (il solito, per precisazione).
In realtà non c'è molto da dire su quello che seguirà, credo che parli da sola.
Per voi che leggete, una nota importante: ricordate che non ho nessuna intenzione di fare morale o di insegnare qualcosa. La storia è nata in un momento particolarmente difficile del mio percorso e si è sviluppata con un po' di freddezza, non è il mio solito stile caldo e appassionato nè ricco di emozioni che vi stravolgono. Mi è stato fatto notare già nelle recensioni durante il contest e mi rendo conto che, leggendo, si avverte una sorta di distacco che non è il mio classico modo di affrontare la scrittura. Non credo che ci sia un modo giusto e un modo sbagliato per affrontare qualcosa di così difficile, nè che qualcuno ci possa insegnare come reagire... è qualcosa che viene da dentro. Sapete che in ogni mio scritto c'è qualcosa di mio... forse è proprio per quello che è diventato così freddo e incolore il racconto.
Prima di lasciarvi alla lettura vi metto il link di un altro contest in corso sul gruppo di facebook, a cui ovviamente ho partecipato.
Leggete il regolamento prima di leggere le storie e prima di votare. Potete commentare sotto le storie e lasciare un punteggio da 1 a 5 in base alla vostre preferenze (di conseguenza potete dare il voto a sole 5 storie). Firmatevi pure, in tutta libertà.
Le autrici non potranno rispondere fino ad avvenuta premiazione, perciò non prendetevela! Che altro?
Ah sì, l'argomento del contest è "ARIA" come uno dei quattro elementi (proprio come TERRA era quello dell'altra volta).
Una piccola precisazione. I commenti che lascerete sotto le storie che andrete a leggere del contest non devono essere duri o troppo critici, nessuno di noi partecipa per vincere qualcosa o in vista di una futura carriera professionale da scrittrice. Quindi quando commenterete siate calme, non troppo dure e cercate di visualizzare qualcosa di positivo in ognuna delle storie per stimolare le autrici a fare sempre meglio! (Questo non vuol dire che dovete essere false, siate solo un po' meno critiche). Questa postilla era solo atta a spiegare lo spirito del contest, non è perchè vi vedo critiche nei miei confronti ahahahahahah!
Detto ciò, sarà proprio divertente vedere se mi riconoscete tra le varie storie. (Ovviamente non potrò dirvelo fino ad avvenuta premiazione!!!!)
Ecco il link del contest, direttamente al regolamento!
http://aircontest.blogspot.it/2016/02/regolamento_83.html

Come sempre, buona lettura e buona giornata.
Aly**








Natale 2012


“Renesme, tesoro, vieni qui!” Mia madre mi chiama dal fondo della scala a gran voce.
Sbuffando lascio cadere la mia matita da disegno sulla scrivania e avviso le mie amiche in chat che mi assenterò per qualche minuto, poi con passo pesante e svogliato scendo le scale.
Mio padre è seduto sulla poltrona, lo sguardo afflitto e concentrato sul tappeto ai suoi piedi, sulle sue ginocchia è seduta mia madre. Indossa un abitino in maglia color grafite e un paio di stivali neri al ginocchio, è sempre così semplice ma bellissima che non dubito del motivo per cui mio padre si sia innamorato di lei. Mia sorella Rosalie, di diciassette anni, e mio fratello Emmett, di dodici, sono entrambi seduti composti sul divano; lei continua a mandare messaggini con il suo smartphone, lui se ne sta a braccia incrociate e con il viso corrucciato, probabilmente l’hanno allontanato dal suo videogame. Stranamente l’albero di Natale ha le luci spente, la televisione è in modalità silenziosa e nessuna orribile canzoncina di Natale risuona allegra nell’aria. È un salotto angosciante, freddo, irriconoscibile; se non sapessi con certezza di essere a casa mia, avrei dei seri dubbi.
“Tesoro, siediti.” Avere ancora degli ordini da parte dei miei genitori è imbarazzante, nonostante io abbia ormai ventitré anni sentono ancora il diritto di darmi dei comandi. Scendi. Siediti. Mangia. Non fare tardi.
Alle volte li odio. Mia madre è la più rigorosa, la più fiscale, quella che tiene in mano le redini delle regole. Mio padre è più permissivo, sempre allegro, quello che dietro le spalle di mamma ti fa l’occhiolino e ti copre le marachelle il più delle volte. È un buon padre. Mia madre, invece, certe volte è così inadatta che rischia seriamente di farsi urlare addosso perché combina qualcosa che non va: sbaglia marca di yogurt, dimentica qualcosa al supermercato, beve un bicchiere di vino di troppo e sbraita al posto di parlare con calma. Tutto sommato, però, è una buona madre.
Prendo posto di fianco a mio fratello, mia madre intreccia le dita insieme a quelle di mio padre che, proprio in questo momento, stacca gli occhi dal tappeto per guardare verso di me. Io e mio padre abbiamo un rapporto profondo, ci diciamo tutto, non ho nessun timore a parlare con lui di qualsiasi cosa, il dialogo è aperto, gli argomenti sono vari e condividiamo la passione del disegno e del baseball. Io e lui ci capiamo con uno sguardo. Mia madre, invece, va d’accordo con Rose, sono entrambe attaccate alla lettura: guai a disturbarle mentre stanno leggendo un buon libro. Proprio perché lo conosco bene, capisco che lo sguardo di mio padre, stasera, è preoccupato; nonostante cerchi di mascherare la sua ansia e l’angoscia, nei suoi occhi è così limpido quello che prova che mi agito.
“Io e papà dobbiamo dirvi una cosa. Non vogliamo però che vi preoccupiate né che questo cambi le cose in casa d’ora in avanti.”
“Vi separate?” Chiede Emmett con il vocione che è cambiato da qualche mese a questa parte. Mamma scuote la testa stringendo ancora di più la mano di papà. Ho capito che ciò che ci devono dire non è facile per nessuno dei due.
“No, tesoro. No.”
“La mamma…” La voce di mio papà è roca, debole, come se stesse per scoppiare a piangere. “La mamma e io non ci lasceremo mai. Però…”
“Però sono malata.”
“Malata? Quindi vuol dire che non puoi andare a fare la spesa e che tocca a me e a Renesme?”
“Devo pulire il bagno ancora una volta?” Mi lamento dopo mia sorella.
Mamma guarda mio padre negli occhi e tra loro parlano.
Ho sempre amato il modo in cui comunicano senza parole, chiaro segno di un amore forte nonostante tutti questi anni di matrimonio.
“La mamma è malata. Questa mattina il medico le ha detto che ha… ha un tumore al seno.”
Li guardo sbalorditi, come se ci avessero fatto uno scherzo di cattivo gusto. Tutto il resto del discorso è un ciarlare lontano dalla mia testa, come se parlassero fuori da casa e i rumori arrivassero attutiti. Tumore.
“Con il medico abbiamo stabilito una serie di esami che dovrò iniziare a fare da domani, poi valuteranno se operare aggressivamente o limitarsi a tirare via il nodulo.”
“Cosa vuol dire?” Mio fratello espone le domande la posto mio, per fortuna.
“Significa che se gli esami sono negativi, il nodulo è un tumore non cattivo, che ci si può limitare a tirare via. Se…” Mia madre si ferma e chiude gli occhi un secondo, mio padre però è più veloce a prendere la parola.
“Se gli esami risultano positivi, l’operazione sarà più lunga e dovrà togliere il seno. Fare un ciclo di chemioterapia e verificare che non ci siano altre cellule malate sparse per il corpo.”
“Ti toglieranno il seno?”
“No Rose, non è detto. È l’ipotesi in cui…”
“Ho capito. Ma se dovesse andare male… la mamma sarebbe senza un seno! Diventerebbe…brutta?”
Mamma chiude gli occhi, appoggia la schiena al petto di papà che la circonda immediatamente, baciandole la testa.
“La mamma non sarà mai brutta. Il seno potrà essere ricostruito tramite una plastica quando sarà completamente guarita. Fino a quel momento avrà solo la cicatrice di una guerriera.”
Sono chiusa nel mio mutismo ad osservare la mia vita cambiare. Tumore.
Che sia benigno o maligno, perché questo vogliono dire, mia madre ha un estraneo nel suo corpo, un nodulo che le cambierà la vita, per sempre. Tumore. È così brutta questa parola che anche se non conoscessi il significato mi farebbe paura.
Tumore. Cancro. Al seno. Guardo negli occhi mia madre, sono arrossati e umidi, le guance più rosse del solito e indossa un maglione in più. Lei, così solitamente calorosa, ora sente freddo. Quel freddo impossibile da mandare via, quel freddo che ti penetra nelle ossa, che niente e nessuno te lo toglie. È la consapevolezza di essere malati, di dover attendere, di dover confrontarsi con qualcosa di più grande, inconsueto, agghiacciante.
Tumore.
Freddo.
Paura.
Mio padre la circonda come una coperta, cerca di trasmetterle un po’ di quel calore che, fino a poco tempo fa, riusciva a farla stare bene. Le loro dita sono ancora intrecciate, lei poggia ancora sul suo petto, lui la protegge come sa fare meglio.
Sono certa che se potesse salvarla, ora, lo farebbe. Sono certa che se potesse strapparle a morsi quel dannato cancro, lo farebbe. Sono sicura che se fosse da solo, in questa stanza, piangerebbe e si dispererebbe come mai prima. È un uomo forte, mio padre, ma ci ha sempre tenuti al sicuro. Tutti. Ha sempre protetto noi figli come se avesse dovuto proteggere la propria vita e si è sempre preso cura di mia madre come se fosse una parte di sé. Ho adorato questa parte di lui fin da quando ne ho memoria, e continuo ad amarla.
“Vuol dire che puoi morire, mamma?” Emmett balbetta queste parole con voce tenue, sembra neanche appartenere a lui, è così diverso dal tono di poco prima.
“Emm, tesoro, farò tutti gli esami che il medico mi ordinerà, le cure che l’oncologo mi prescriverà… farò tutto quello che i dottori stabiliranno da qui in avanti. Non mollerò.”
“Non hai risposto però…”
“Rose, non sappiamo ancora di cosa si tratta precisamente. Non sappiamo quanto sia aggressivo, quanto sia radicato… non abbiamo ancora una chiara idea di cosa sia, di come agire. Da domani inizieremo con gli esami e poi… sapremo con certezza.”
“E allora perché ce lo avete detto adesso?” Sbotto quasi arrabbiata. Mia madre e mio padre mi fissano sconvolti. Non ho detto nulla da quando sono arrivata, l’unica cosa che ho tirato fuori è un’accusa bella e buona. Sono l’adulta tra i miei fratelli e mi comporto come una bambina. Ma non sono io a parlare, è la paura, quella maledetta che mi attanaglia lo stomaco da quando ho posato gli occhi in quelli di mio padre.
“Perché abbiamo pensato che doveste saperlo, non vogliamo arrivare un giorno e darvi una notizia peggiore di questa senza avervi preparati. Potrebbe andare tutto bene… o potrebbe esserci qualcosa di peggio di quello che vi stiamo dicendo. Siete tutti e tre grandi abbastanza per capire.”
Mi guardo attorno e solo adesso noto che sul camino sono già state attaccate le calze, sul marmo del camino sono apparse delle fotografie che prima non c’erano e il salotto sembra più vivo, più accogliente se non fosse per la freddezza generale che si avverte stasera. È come se perfino il mio salone parlasse di un limbo, di una strana sensazione.
È così strano trovarsi a metà. Sospesi fra il sapere e il non sapere, l’incertezza e la certezza, la paura e la convinzione che andrà tutto bene… deve andare tutto bene. Sono spaccata a metà. Proprio come il nostro salotto: freddo da una parte e più accogliente dall’altra. Ho freddo anche io adesso, vorrei che l’abbraccio di mio padre potesse raggiungermi, consolarmi, calmarmi e rassicurarmi. Quando volto lo sguardo verso la poltrona, però, mi rendo conto che è impossibile. Mia madre si è fusa con il petto di mio padre, le loro dita sono una ragnatela fitta e indistricabile. Le loro teste sono vicine. La bocca di mio padre sulla tempia di mia madre. È un immagine che mi rimarrà in testa, e nel cuore, per sempre.
Se penso a quante volte ho dato per scontato un abbraccio simile tra loro. Se penso che ho sempre odiato trovarli a baciarsi sul bancone della cucina, o stretti abbracciati a guardare un film. Se penso a quante volte li ho presi in giro perché si lanciavano dei calcetti sotto al tavolo, solo per rendere partecipe l’altro della propria presenza.
“Da domani cambierà tutto, quindi?”
“Sì, io accompagnerò la mamma a fare tutti gli esami che servono e tu, Renesme, sei responsabile dei tuoi fratelli. Sei l’adulta dei tre e ci aspettiamo un grosso aiuto da parte tua.” Annuisco, consapevole che responsabilità significa preparare loro da mangiare, fare qualche lavatrice e occuparmi delle faccende di casa, come quando andavano a fare qualche viaggio.
Ancora intontiti dalla notizia che abbiamo ricevuto ci alziamo e ci disperdiamo. Emmett raggiunge camera sua di corsa, Rose lo segue a passo cadenzato, io mi alzo lentamente dal divano e salgo di sopra come se mi trovassi in una dimensione particolare, dove non sono io la padrona del mio corpo, dove la mente è completamente staccata dal corpo, preferendo invece viaggiare per i cavoli propri. Mi fermo prima di arrivare sul corridoio, mancano ancora quattro scalini e riesco a vedere il salotto e a sentire ciò che i miei si dicono.

“Come pensi che l’abbiano presa?”
“Sembra che abbiano capito. Emmett è quello che mi preoccupa di più.” Dice mia madre.
“No, no. È Renesme quella a cui dobbiamo fare attenzione. Si è sempre dimostrata forte in questi anni, tenace, determinata, solitaria e menefreghista… ma sono certo che dentro di lei rimuginerà e starà peggio degli altri. Emmett dalla sua ha che è ancora piccolo per capire fino in fondo cosa tutto ciò implica. Renesme sarà catapultata in mezzo alla forza di un ciclone e… mi preoccupa.”
“Vuoi andare a parlarci?”
“Più tardi. Sono sicuro che avrà bisogno di parlare. Ora però voglio solo tenerti tra le braccia.”
“Chissà se farà male?”
“Non importa amore, ci sarò io a tenerti la mano, sempre.”
“Ho sempre più freddo Edward.” Mormora mia madre a bassa voce. È la paura mamma, vorrei dirle.
“Lo so, ma ti scaldo io. Puoi stringerti nel mio abbraccio quando e quanto vuoi.”
“Secondo te…” Mia madre si ferma un lungo attimo, poi riprende. “Il prossimo Natale sarò ancora qui con voi a fare l’albero e ad aspettare la mezzanotte?”
“Amore.” La voce di mio padre si incrina e sento un singhiozzo provenire dalla sua gola. Il muro ha ceduto. Scendo un gradino di più, mi siedo, e nel buio delle scale resto ferma e muta ad osservarli. Lui la stringe forte, lei si aggrappa come se fosse la sua ancora. Le lacrime si mischiano le une con le altre mentre si baciano dolcemente.
Un peso mi schiaccia il petto, nello stomaco si forma un enorme vuoto e mi stringo le braccia per evitare di sentire tutto questo freddo.
Sulle guance, mi accorgo troppo tardi, mi stanno scorrendo delle lacrime incontrollate.
“Sarai qui con noi. Non permetterò a niente e a nessuno di portarti via da me, amore. Starai qui, con me. Fra un anno guarderemo il nostro abete, colorato di rosso e dorato, con il tepore del camino a scaldarci e progetteremo una lunga vacanza in montagna. Io e te. Una maratona di sesso selvaggio!” Mia madre ride tra le lacrime e io mi commuovo ancora di più.
Spero, in futuro, di conoscere una persona come mio padre. Spero di innamorarmi, di gioire, di stare con un uomo che mi tiene stretta ed è l’esatta metà di me. Mio padre è come l’uomo perfetto, il principe azzurro che ogni donna vorrebbe, di cui ognuna si potrebbe innamorare.


Da quel giorno le cose sono cambiate radicalmente.
Mia madre sentiva sempre di più la stanchezza, non riusciva a completare una giornata di lavoro, fare la spesa, cucinare e badare alla pulizia. Ha ridotto le ore in ufficio, ha delegato la spesa al supermercato a mio padre e le pulizie a me e Rose. Si limitava a cucinare, qualcosa di semplice e niente di ricercato, nonostante amasse prepararci piatti meravigliosi ogni sera. Ha sempre detto che cucinare per noi la rilassava, le piaceva; ora è stanca anche per tenere un cucchiaio tra le dita. Stanca ed agitata, perché l’attesa è straziante. Quando è arrivato l’esito degli esami l’hanno condiviso con noi, seduti sempre in salotto, con l’albero di Natale spento e la televisione ammutolita. Il camino a fiamma alta non scaldava abbastanza.
Il responso è stato il primo ostacolo da superare insieme, come una grande famiglia unita. Da quel giorno mia madre si è spenta completamente e mio padre viveva in funzione sua. Le cene sono diventate rare attorno al tavolo, l’albero continuamente spento metteva più tristezza di quanto già ce ne fosse e il camino, costantemente acceso, non scaldava abbastanza. Non era mai abbastanza il calore di casa nostra.
Solo ora mi rendo conto di quante cose ho dato per scontato in questi anni. Il sorriso di mia madre, la sua allegria, la sua forza, la sua determinazione e le sue debolezze. Ho dato per scontato il piatto sul tavolo al mio ritorno da scuola, le regole imposte prima di uscire, le raccomandazioni mentre mi seguiva fino alla porta. Ho dato per scontato i suoi abbracci, i suoi baci prima di andare a dormire, i suoi consigli su cosa indossare.
Ho dato per scontate un sacco di cose.
Sono settimane, ormai, che mio padre non siede più sul divano insieme a mia madre, la televisione è sempre spenta e la radio non trasmette allegre canzoni. Natale è passato in un lampo, vissuto in uno stato di apatia totale, disseminati in stanze diverse della casa.
La famiglia unita che pensavamo di essere, si è disgregata sotto il peso della cattiva notizia e della paura.
In questi giorni mi sono resa conto di quanto fosse importante mia madre in casa, di quanto ci tenesse uniti, di quanto si preoccupasse per noi, senza farci mancare nulla.
Quando il giorno dell’intervento è arrivato la mamma si trovava già in ospedale, ricoverata due giorni prima per una serie di esami di routine. Papà tornava a casa solo per buttarsi a letto, cambiarsi i vestiti e prendere un nuovo libro per mia madre. Rosalie si è gettata sullo studio intenso, senza uscire dalla sua camera se non per mangiare. Emmett, invece, mi girava attorno come fosse la mia ombra. Entrambi hanno insistito per venire in ospedale, ma papà è stato categorico e li ha obbligati ad andare a scuola e a vivere la loro giornata come sempre. Immagino che non sia facile per nessuno, oggi. Penso che nonostante siano stati obbligati a frequentare le lezioni, sia Rose che Emmett abbiano la mente altrove. Io, per fortuna, oggi non ho lezione all’Università e ho accompagnato mio padre. Sediamo su delle scomode sedie in sala d’aspetto, sono di ferro, dure, fredde e la stanza è così impersonale che rende tutto ancora più freddo. Indosso il cappotto, sulle gambe ho appoggiato la sciarpa che mamma mi ha regalato due natali fa, sopra di essa un libro che dovrei studiare per l’esame di fine corso. Molti dicono che fa bene distrarsi in questi momenti, perché angosciarsi per ore non serve a niente. Penso che abbiano ragione, anche perché ogni volta che guardo l’orologio sono passati solo pochi minuti, mentre a me sembrano ore. Eppure, nonostante abbia questo maledetto libro aperto sulle mie gambe, non sono riuscita a leggere neppure una riga.
Mi guardo attorno, stringo le dita tra loro cercando di infondermi un po’ di calore, mi mordicchio le pellicine che mi si sono seccate a furia di lavare piatti e osservo mio padre.
Passeggia per la stanza, guarda fuori dalla finestra, si passa le mani nei capelli e torna a sedere al mio fianco. Poi ripete tutto di nuovo. Infinite volte. L’ansia lo sta divorando.
Mi propongo di andare a prendere qualcosa di caldo, ma non vuole niente; ci riprovo dopo un’ora, ma ancora la risposta è negativa. Quando sono decisa a prendere in mano il libro e darci dentro, la voce di mio padre risuona debole e angosciata.
“Tua madre stamattina aveva paura. Non ho mai visto Bella così timorosa per qualcosa. Neppure quando sei nata tu e ci sono state delle complicazioni durante il parto. È sempre stata forte, determinata, invincibile.” Mi volto a guardarlo: le spalle sono ricurve sotto il peso dell’impotenza e della paura, gli occhi sono lucidi e stanchi, il volto coperto dalla barba di alcuni giorni mostra tutte le emozioni in circolo dentro di lui. Appoggia i gomiti sulle gambe, le mani volano tra i suoi capelli un numero imprecisato di volte: li tira, li sposta, ci gioca. Mia madre ha sempre adorato i suoi capelli, ci passava le dita attraverso, proprio come fa mio padre quando è nervoso. “Non sapevo cosa fare. L’ho tenuta stretta, le ho detto che sarebbe andato tutto bene, che l’avrei aspettata qui, senza andarmene. Piangeva e mi sentivo impotente. Non potevo fare nulla per alleggerirle il cuore, per strappare via quella paura… L’ho baciata e lei mi ha chiesto se sarebbe stato l’ultimo bacio che le avrei dato. Mi sono arrabbiato, non gliel’ho fatto notare, ma mi sono arrabbiato. Aveva paura, parlava così solo perché aveva paura.” Sto per rispondergli, per dirgli che è solo un’operazione, che andrà tutto bene, che la mamma ha paura perché è debole, stanca e ha sempre odiato i medici. Sto per dirgli che lui deve essere forte, perché è da oggi che inizia il percorso più difficile, fatto di chemio, speranze, illusioni, timori. Ma non dico nulla, perché una lacrima lascia i suoi occhi e velocemente la spazza via con le dita. Scioccata da quel momento mi si secca la gola e un leggero tremolio passa attraverso le mie labbra. Gli occhi mi diventano lucidi e sento ancora più freddo. Alza la testa e si gira verso di me, il suo sguardo punta al mio: occhi miele lucidi in lacrimevoli occhi verdi.
“Ho paura Renesme.” Il cuore mi si disintegra e lo stomaco vola a picco lasciandomi un vuoto immenso nel corpo. La gola brucia e mi si chiude, come se anche respirare fosse faticoso. Mi sporgo di getto vicino a lui, incurante della sciarpa e del libro che cadono ai miei piedi, lo abbraccio e lui mi stringe talmente forte che temo possa spezzarmi.
Mio padre ha paura. Ho paura anche io.
Restiamo abbracciati per quello che sembra un tempo infinito, ma che sono solo pochi minuti. L’infermiera ci avvisa che l’intervento è finito e che riporteranno la mamma in camera dopo averla svegliata. Dopo poco la dottoressa di mamma viene a parlare con noi, spiegandoci di aver rimosso il nodulo e tutto il seno, nei prossimi giorni stabilirà quando iniziare il ciclo di chemio e i prossimi esami, ma è andato tutto bene.
Tutto bene. Quante volte ho sentito queste due parole negli ultimi tempi? Troppe. Ma ora hanno un ché di rassicurante e avvolgente. Tutto bene. C’è speranza. Papà mi stringe in un abbraccio caloroso, non ha bisogno di dire nulla, le lacrime parlano per lui.
Tiro un sospiro di sollievo prima di stringerlo forte a mia volta ed esprimergli, con i gesti, tutto quello che non riesco a dire.
Chiudo gli occhi, al caldo e al sicuro nell’abbraccio dell’uomo della mia vita, e lascio che le lacrime scorrano libere sul mio volto. Andrà tutto bene.



Natale 2015 - Oggi



Me ne sto seduta sul divano del nostro salotto a guardare l’albero pieno di luci bianche nell’angolo buio della stanza. Quello spazio sempre inutilizzato il resto dell’anno è perfetto per il nostro abete finto che arriva fino al soffitto, ornato di bianco e dorato, con le luci che al buio si riflettono per tutta la stanza, donandoci uno spettacolo magnifico. Nel camino scoppietta qualche tocco di legno, le fiamme danzano e, insieme alle lucine dell’albero, colorano il salone. In televisione si susseguono film natalizi che ho iniziato ad amare profondamente. Sul tavolino di fronte a me ci sono dei biscotti: alcuni al cioccolato, altri alla cannella, altri alla vaniglia e, per ultimi, al caramello. Stamattina mi sono svegliata presto e, non avendo nulla da fare, ho sfornato biscotti per qualche ora. Stasera, quando i nostri ospiti si siederanno attorno all’albero di Natale per scartare i regali potranno inzuppare i biscotti nella cioccolata calda. Rosalie è tornata ieri dal campus di New York, ma si è vista pochissimo, dato che è andata a salutare tutti gli amici che non vede da mesi. Emmett passa il pomeriggio a casa di un’amica, io invece resto a casa a godermi la tranquillità e il calore che c’è qui dentro.
Sto mangiucchiando un biscotto alla cannella quando sento la chiave nella toppa e alzo la testa per vedere chi è. Mio padre entra scrollandosi la neve fresca sul tappeto all’ingresso, appoggia il cappotto all’appendi abiti e toglie gli scarponcini camminando sul parquet solo con le calze. Mia madre entra dopo di lui, il cappotto ricoperto di neve fresca, il cappello e la sciarpa completamente zuppi. Segue l’esempio di mio padre, ma cammina fino al divano, di fianco a me. Si siede, infilando i suoi piedi gelidi sotto la mia coperta e intrecciando i suoi piedi ai miei.
“Avete fatto compere?” Chiedo spostandomi per dare un bacio sulla guancia gelida e pallida di mia madre.
“Solo i regali che mancavano. Tuo padre ha insistito per prendere un altro regalo per Callie, sai quanto adora quella bimba.” Annuisco sorridendo, mia cugina è viziatissima dallo zio Edward.
“Come sono i biscotti?” Alzo il sopracciglio lanciandole un’occhiataccia e lei ridacchia. Amo la sua risata, nei mesi della malattia l’ho sentita così poco che quando si è ripresa ho fatto di tutto, ma proprio di tutto, per sentirla ridere infinite volte al giorno.
Le passo il vassoio e, proprio in quel momento, mio padre ci raggiunge con tre tazze colorate che sprigionano un profumo celestiale. Tea agli agrumi, il preferito di mamma.
“Ehi donzelle, fatemi un po’ di posto sotto la coperta. Sto gelando!” Mi siedo portando i piedi sotto il sedere e appiccicandomi al bracciolo del divano, mia madre si mette nel mezzo, mettendo i suoi piedi, ancora ghiacciati, sotto il mio sedere, guadagnandosi una finta occhiataccia. Mio padre si appoggia al bracciolo con la schiena, porta le gambe sul divano e mia madre si posiziona nel mezzo. Le gambe di mio padre le fanno da culla, si adagia sul petto di suo marito e sistema meglio la trapunta che ci copre. Sorseggiamo il tea caldo mentre mangiucchiamo biscotti e guardiamo un film natalizio sulle renne di Babbo Natale.
Di momenti come questo, ne viviamo tanti ogni giorno. Ho smesso di dare per scontate le cose: ho ricominciato a baciare mia madre tutte le volte che ne ho voglia, di passare del tempo con lei anche solo per guardare un film in televisione. Ho iniziato a cucinare con lei, imparando giorno dopo giorno qualcosa di nuovo, mi ha insegnato a fare i biscotti, il sugo per la pasta che mio padre adora e il roast beef di cui va matto Emmett. Finito di cucinare riordiniamo la cucina insieme e poi ci sediamo sul divano, lei da una parte, io dall’altra e mio padre dietro di lei.
Ogni giorno ringrazio Dio, gli angeli, i medici e chiunque di avere mia madre ancora al mio fianco, di vederla ridere, amare, di sentirla rimproverarci per il disordine delle nostre camere. Ho smesso di odiare la sua parte rigida e inflessibile, le sue regole e le sue raccomandazioni; ora quando mi rimprovera sorrido appena e le lancio un bacio volante. Lei si infuria e poi sorride ricambiando quel bacio. È una nuova routine, una nuova vita. È il cambiamento che segue una brutta notizia, dei brutti momenti, la paura, il timore, l’angoscia. È inevitabile. Hai un occhio di riguardo per qualsiasi cosa. Fai attenzione che sia sempre al caldo, che abbia il cappello ben calato sulla testa, che non si affatichi troppo e che tutto vada per il meglio. E, cosa più importante, ti assicuri di passare più tempo possibile con lei, perché sai che sei fortunata ad averla ancora al tuo fianco.
“Tesoro, cosa ne dici se come proposito per l’anno nuovo fai un voto di tenere i capelli lunghi? Mi piacevano le onde che ti si disegnavano attorno al viso…” Guardo mia madre e sorrido. Quando ha perso i capelli durante i cicli di chemioterapia, ho deciso di dare un taglio netto ai miei capelli, di farli cortissimi, in modo che non sentisse il peso di quella perdita. Ha sempre amato i capelli lunghi, così come mio padre. Quando vedeva i boccoli che mi arrivavano alle spalle, mi sorrideva mestamente e si divertiva a passare il tempo a toccarli, con invidia. Li ho tagliati dopo qualche settimana, ero stanca di vedere quello sguardo affranto e invidioso. I suoi capelli non erano importanti, i miei neppure. La testa pelata che l’ha accompagnata per mesi e mesi era solo un chiaro segno della sua battaglia, che sembra aver vinto alla grande. I suoi capelli ci mettono molto a crescere e sono deboli, ma lei regolarmente li spunta appena e il taglio corto e sbarazzino fa inorgoglire mio padre come non mai.
“Dipende.”
“Da cosa?”
“Terrò i capelli lunghi se andrai dal chirurgo a prendere appuntamento per la plastica al seno.” Mio padre ridacchia dietro di lei, mentre mia madre arriccia le labbra e torna a dare attenzione alla televisione, ignorandomi. Dopo l’intervento che le ha asportato anche l’altro seno, mia madre si è buttata giù e non ha voluto sentire ragione. Non ha voluto parlare con il chirurgo né con noi per la ricostruzione del seno. Ora è possibile farlo, la dottoressa le ha dato l’okay, ma ha il timore di tornare in ospedale e sotto i ferri. La capisco, da una parte, ma questa volta è solo una plastica, un intervento di routine. So che odia guardarsi allo specchio, quando ci passa davanti guarda da un’altra parte e quando andiamo a fare compere cerca di nascondersi dietro le colonne per non osservarsi. Non so da quanto non compra qualcosa per sé stessa, credo siano anni. La guardo per un altro momento, poi giro lo sguardo anche io. Quasi alla fine del film, dopo un eterno silenzio mia madre mormora debolmente.
“Eviterò di pensare che mi hai ricattato in questo modo e prenderò appuntamento subito dopo le feste di Natale. D’accordo?”
“Io non taglierò più i capelli d’ora in avanti.” Le sorrido e poi mi alzo per andare in camera mia a disegnare per un po’, lasciando mio padre e mia madre qualche momento da soli.
Salgo le scale e recupero in camera il blocco da disegno e le matite, poi torno giù, come ho imparato a fare anni fa, nel buio delle scale mi siedo sul quarto scalino prima del corridoio e resto ad osservarli. Si baciano, si accarezzano, alle volte mi sento una guardona, ma momenti come questi sono speciali e importanti, non voglio perdermeli.

“Tua figlia mi ha ricattata, le hai insegnato tu, lo sai vero?” Mio padre ridacchia tra un bacio e l’altro.
“Ho fatto un buon lavoro allora!” Dopo qualche altro bacio rumoroso, mia madre parla ancora.
“Vuoi che vada dal chirurgo plastico perché così non ti piaccio più, vero?” Sento la risata sommessa di mio padre e un lamento da parte di mia madre, probabilmente le avrà pizzicato il sedere come fa spesso.
“Sei pazza? Come puoi dire una cosa del genere? Ti amo immensamente Bella, ti amo più della mia stessa vita. Sono solo due tette nuove.”
“E allora perché insistete così tanto?”
“Perché interessa a te, non a noi. Non indossi più maglie attillate, vestiti scollati, completini sexy… ti nascondi Bella. Se un paio di tette possono farti tornare il sorriso ogni giorno e in ogni momento della giornata, viva un paio di tette nuove. Non credi?” Sorrido, mio padre ha un modo tutto suo di spiegare le cose, ma efficace.
“Non so, ho paura di non piacerti più come prima, ancora mi chiedo come fai a essere qui con me, a sopportarmi, a fare l’amore con me ogni notte nonostante sia deturpata e…” Mia madre si lamenta ancora e il vocione di mio padre è chiaro e forte.
“Se ripeti un’altra volta questa cosa giuro su Dio che stanotte ti inginocchierai e me lo succhierai finché non resti senza fiato e poi ti lascio insoddisfatta fino a dopodomani!”
“Ehi sei crudele!”
“No, sono arrabbiato. Non sei deturpata, e ti amo, razza di scema! Faccio l’amore con te ogni notte perché ti amo e sei bellissima e sei mia moglie. Due tette non mi cambiano la vita. Ma tu mi hai cambiato la vita anni fa e continui a farlo giorno dopo giorno. Questo è importante. Non un paio di tette. Con o senza ti amo lo stesso.”
“Sei davvero tanto arrabbiato?”
“Sì.”
“Andiamo in camera, così vedrò di farmi perdonare!” Li sento ridacchiare e poi vedo mio padre prenderla in braccio e attraversare il salone fino alla camera sul retro. Salgo gli scalini che mi separano dal corridoio ed entro in camera mia, collego le cuffie al pc e faccio partire la musica a random. Una volta mi imbarazzavano talmente tanto, questi discorsi, che scappavo sotto le coperte con la musica a palla, ora li trovo persino divertenti. Mando un messaggio a Jacob, il mio ragazzo che sta lavorando al supermercato all’angolo e gli dico che lo amo, poi mi metto a disegnare.
Quando sono soddisfatta di me strappo il foglio dall’album e nell’angolo in basso firmo con il mio nome, questo sarà il mio speciale regalo di Natale per i miei genitori.
Sono loro, seduti vicini sul divano, le teste incollate tra loro. Si baciano ad occhi chiusi, le mani intrecciate uno nei capelli dell’altra, la coperta sulle spalle di mia madre. Il camino è acceso e la fiamma sembra davvero muoversi, la televisione trasmette qualche immagine che i protagonisti del disegno non degnano di uno sguardo. L’albero di Natale che è rappresentato acceso, illumina, insieme al camino, la scena. L’amore dei miei genitori vivrà per sempre, qualsiasi cosa accada lungo il loro percorso.

È una fotografia che mi porterò nel cuore per sempre. Un ricordo che si è insinuato dentro di me, ha fatto breccia nel mio cuore e si è stabilito nel mezzo. Quando chiudo gli occhi e penso a qualcosa di bello… vedrò per sempre questa immagine. È un emozione unica che mi scalda e mi consola, mi tiene compagnia e mi riempie d’amore.
E allora vorrei davvero dire: grazie Papà, grazie Mamma, questo è il regalo di Natale più bello del mondo.


mercoledì 27 gennaio 2016

Pezzi di un puzzle

**Note di Aly

Salve a tutte! Eccomi di nuovo a pubblicare qualcosa di nuovo per voi.
Per prima cosa... mi è mancata l'emozione di pubblicare nuovi capitoli a intervalli regolari, quindi sto già lavorando a qualcosa di più di una semplice OS. In una seconda battuta dovete sapere che... mi siete mancate voi lettrici con i vostri commenti.
Evito i sentimentalismi, dato che questa storia ne è piena zeppa.
Qualcosa sulla storia che segue, prima di cominciare.
Forse può sembrarvi irreale, estrema e assurda... ma come ogni cosa che ho scritto da qualche tempo a questa parte, ha un piccolo fondo di realtà. E' normale che sia fantasia, stiamo parlando di una OS, una storia per allietarvi un pomeriggio. Spero, perciò, che la prendiate nel giusto modo, in un ottica "irreale" per certi versi.
Un'altra informazione, come potrete notare alla fine della storia non è presente il classico THE END. Questo sapete cosa significa per me, la storia è aperta a seguiti, se la fantasia e i personaggi si presteranno a nuovi episodi e se le mie lettrici ameranno ancora ciò che scrivo.
Detto ciò.... Godetevi le emozioni che percepite, se le percepite e fatemi sapere cosa ne pensate.
Come sempre, buona lettura e buona serata.
Aly**






Prendo un sorso del mio caffè nero, rigorosamente senza zucchero, e ti osservo da dietro questo menù rovinato della tavola calda. Chi mi guarda penserà, senza ombra di dubbio, che sia un qualche pedofilo o stalker che è meglio tenere alla larga. Più volte signore con la faccia tosta e l’istinto protettivo di una buona madre mi hanno impedito di seguirti. Spesso e volentieri anziani con il bastone mi hanno fatto cadere solo perché tu potessi sparire dalla mia vista. Impazzivo. Mi voltavo e ti cercavo nella folla per interminabili minuti. Speravo che non andassi troppo lontano, che con un colpo di fortuna riuscissi a beccarti nonostante gli ostacoli. E invece l’avevano vinta sempre i miei incidenti di percorso.
Se solo sapessero la verità.
Ridi e scherzi con la tua vicina di casa mentre lanciate occhiate ammiccanti a qualche ragazzo che entra dalla porta principale, ti aggiusti il lucido sulle labbra e fai finta di baciare lo specchio, un vizio che hai preso da tua madre, che a sua volta ha preso da sua madre e via dicendo. Sei bellissima e così genuina che mi si riempie il cuore d’amore. Ogni volta che riesco a guardarti così da vicino mi devo trattenere dal sedermi al tuo fianco, abbracciarti e domandarti scusa infinite volte. Le mie parole, però, non servirebbero a nulla, ci ho provato un numero così imprecisato di volte che non ci tento più; sprecherei fiato per niente e al momento mi serve per starti dietro e non perderti.
Ho sempre avuto un forte istinto protettivo, sono sempre stato quello che guardava dove mettevi i piedi, ti teneva per non farti cadere o ti aiutava a rialzarti quando inciampavi. Era ciò di cui andavo più fiero, il tuo sguardo gratificante e un abbraccio con tutta la forza che avevi. Tua madre mi ha sempre descritto come un orso, rideva di me e scuoteva la testa come se fosse una cosa da recriminarmi, come se fosse una cosa negativa; ho sempre voltato le spalle a quelle parole, negando con brusche parole questo mancato complimento. Solo ora mi rendo conto di quanto avesse ed abbia, ancora oggi, ragione.
Eppure so per certo di non poter fare nulla, da qui, per poterti proteggere; non posso racchiuderti nelle mie braccia sicure e impedirti di farti male.
Io sono quello che potrebbe farti più male in assoluto.
Io sono la persona che ti ha ferito di più, nella tua vita.
Io sono uno stronzo, un cretino, un inutile essere umano progettato solo per ferire le persone che lo amano.
Se solo sapessi la verità.
Avrei voluto fermarti quel giorno, avrei voluto trattenerti con la forza e farmi ascoltare, ma la mia stretta ti faceva rabbrividire di paura e le tue guance erano così pericolosamente rosse che temevo potesse scoppiarti la faccia per la rabbia.
Feci un passo indietro, allora.
Continuo a farne uno ogni giorno, a mettere più spazio tra noi di ora in ora. Continuo a starti a distanza, senza farmi vedere… sono un uomo invisibile che ti protegge da lontano ed elimina gli ostacoli più duri sul tuo cammino.
No, non è vero.
Questo è ciò che fanno i supereroi nelle serie TV che ti piacciono tanto. Io ti seguo come uno psicopatico, molti passi dietro alle tue spalle, mi nascondo grazie alla protezione di alcune colonne, dentro qualche portone dei palazzi della città, all’interno della macchina che ho cambiato da poco, proprio perché tu non la riconoscessi.
Sono solo un uomo invisibile.
Lo sono, ormai, da troppi anni.
Sono sicuro che nessuno, ancora oggi, ti abbia raccontato la verità su quei giorni. Sono certo che le persone che ti sono vicine, gli amici, la famiglia che conosce la mia versione dei fatti non abbiano detto una sola parola per difendermi.
Ti comporti ancora come se fossi arrabbiata con me, come se la rabbia che hai dentro te la portassi allo stesso modo di una valigia, pronta per rinfacciarmi tutte le cose brutte e cattive che ho fatto.
Quelle belle non le ricordi neppure, probabilmente. I sorrisi, i regali, gli abbracci, i baci e le parole dolci sono state cancellate anni fa.
Eviti ancora la strada in cui c’è il mio palazzo, forse per non rivivere momenti che, per te, sono senza dubbio ricchi di amara delusione. Io invece li custodisco nel cuore come il ricordo più bello della mia vita. Poterti guardare negli occhi, accarezzarti e tenerti tra le braccia erano le cose per cui ogni mattina mi alzavo con il sorriso, deciso a passeggiare con te al mio fianco.
Non avevo bisogno di altro.
Sarebbe bello, un giorno di questi, ritrovarci di nuovo nell’atrio del mio palazzo, tu che mi corri incontro ed io che ti prendo tra le braccia, come se non ti vedessi da anni. Ogni volta era sempre la stessa emozione, lo stesso peso che si levava dal petto e che mi faceva tornare a respirare.
Come fai a non ricordarlo?
Come fai a non capire che quei momenti erano speciali, veri, perfetti?
La delusione che ti ho procurato cancella davvero tutto ciò?
Non ripensi mai a noi?
Io ci penso in ogni istante della mia giornata e mi manchi come l’aria.
Ogni mattina mi sveglio e la prima cosa che faccio è guardare se hai mandato qualche messaggio; ogni mattina gli occhi si riempiono di lacrime pochi secondi dopo essersi aperti.
Sorseggio il caffè chiedendomi cosa stai facendo, se mi pensi, se sarebbe il caso di mandarti un messaggio, chiamarti magari. Un momento più tardi mi costringo a lavorare per non sferrare pugni in ogni dove.
Ma il momento più brutto di tutti è andare a dormire. Quel momento in cui fai il resoconto della tua giornata, nonostante la stanchezza infinita che ti spreme le ossa, nonostante gli occhi si chiudano da soli.
E’ il momento più difficile, non mandarti la buonanotte, non chiamarti, non parlare con te. E’ allora che mi lascio andare e ti penso. Ti immagino al mio fianco, la tua risata, le tue insicurezze, la tua furbizia, la tua dolcezza infinita e il tuo viso meraviglioso con quegli occhi profondi che parlano da soli. Immagino di infilare un DVD nel lettore e di guardarlo con te che appoggi la testa sulla mia spalla, la tua voce che commenta ogni parte cruciale del film, le tue dita che stringono la mia maglietta quando hai paura.
In quei momenti stringo forte gli occhi, eppure le lacrime sgorgano lo stesso.
Mi vanto di essere un uomo di successo, di aver avuto una carriera spettacolare e tutta in salita, le difficoltà le ho sempre superate lavorando duro; ma da quando tu non sei più con me tutto è venuto via con te. Il mio cuore. La mia anima. La mia forza.
Tu hai tutto, solo che non lo vuoi.
Sono così stanco, piccola. Vorrei solo che mi ascoltassi, che ti fermassi davanti al mio palazzo, salissi e bussassi alla mia porta. Sarebbe tutto ciò che potrei volere dalla vita da adesso fino alla mia morte. Una seconda opportunità per essere un uomo migliore.
Ma non succederà mai.
Non faccio più parte della tua vita, non sono più il tuo uomo, non sono più il tuo eroe, non sono più nessuno.
Sai come ci si sente?
No, non credo.
Non so se me lo merito, non so se ciò che è successo sia colpa mia, dopo tutto questo tempo arrivo a crederci anche io. Eppure… non sono sicuro di meritarmi tutto ciò.
Vorrei poterti descrivere questi momenti, quelli in cui mi siedo dietro di te, ti osservo andare avanti con la tua vita e vengo ignorato dalla parte migliore di me.
Sì, perché tu, piccola, sei la parte migliore di me e lo sarai sempre.
Sei bellissima, sei così forte e indipendente, sei splendida.
Avrei voluto esserti al fianco, camminare con te, vivere questi anni insieme e crescere insieme a te. Invece sono qui, nascosto come un cretino a sentirmi più inutile di un sacchetto per l’immondizia. Sbuffo e mi passo una mano tra i capelli, sorseggio un altro po’ di caffè ed ignoro mia moglie seduta di fronte a me che, con sguardo preoccupato e sconfortato, mi guarda con compassione.
La vita è così dura e difficile, per me, che questo è lo sguardo che mi riserva in ogni momento della giornata. Vorrei che la conoscessi, vorrei che le stringessi la mano e provassi a conoscerla, vorrei che guardassi il suo sorriso e ti sentissi a casa, proprio come mi ci sento io ogni volta che la guardo. Ma manca sempre qualcosa.
E quel qualcosa sei tu.
“Edward, vai a parlarci. Siamo qui da più di due ore. Passerà qui tutto il pomeriggio e ormai sono passati anni. La rabbia le sarà passata. Buttati!”
Non stacco gli occhi da te nemmeno per un attimo, la tentazione è forte ma qualcosa mi trattiene.
“Edward, per favore. Fallo per noi. Questa storia non può più andare avanti così, sono anni ormai che la segui, sono anni che stai fuori casa tutta la giornata. Posso solo seguirti mentre segui lei, posso avere solo ciò dal nostro rapporto. Ti stai facendo del male… e ne fai anche a me.”
Mi volto verso Isabella, splendida nel suo abitino color corallo e beige, fresco e colorato giusto per questo caldo afoso che ci fa soffocare. Amo mia moglie, mi sono innamorato di lei la prima volta che l’ho vista, quando ingenua e imbranata finì nel mio ufficio per sbaglio. Ci siamo frequentati per qualche mese, qualche cena al mare, alcune passeggiate pomeridiane nel parco con tanto di gelato; poi abbiamo perso entrambi il controllo. Siamo finiti a letto sconvolti da una passione travolgente, ci siamo amati, coccolati, toccati e confortati a vicenda. Anche la sua vita non è stata semplice, ma ora lei ha me… ed io ho lei. Eppure l’ossessione per te mi sta allontanando inesorabilmente da questo matrimonio, da questa vita che mi sono scelto e dalla donna che amo quasi quanto te. Non so come faccia a sopportare tutta questa situazione, non so come faccia a stare nel mio stesso letto, fare l’amore con me e amarmi. Non so come sia successo, ma è ancora al mio fianco.
Non so per quanto ancora, però.
Li noto i suoi occhi stanchi, i suoi gesti così carichi di rammarico; li vedo gli sguardi compassionevoli e quelli rancorosi, mi sono accorto anche degli occhi colmi di lacrime e del rossore delle sue guance in qualche occasione. Non ho mai fatto nulla, però. Sto mandando a fallimento anche il mio matrimonio, la cosa più bella della mia vita, dopo di te.
Isabella non si merita tutto ciò. Lei è la roccia che mi tiene in piedi in questo girotondo di dolore e amarezza, è ciò che mi fa andare avanti. Senza di lei non saprei come vivere.
Ma l’ho messa da parte, l’ho trascurata come il peggiore dei mariti. E pensare che il giorno del nostro matrimonio ero così felice, così emozionato… mancavi solo tu.

La vedo camminare verso l’altare con quel semplice vestito bianco di pizzo, un fiore speciale, raro, tutto per me. Sono così emozionato che mi tremano le mani. Mi sorride tremolante e lungo la mia schiena corre un brivido caldo che mi tende. Vorrei correrle incontro, stringerla tra le mei braccia e baciarla.
Dentro questa chiesetta c’è poca gente, i miei genitori mi guardano orgoglioso e mia sorella piange di emozione. Suo marito sorride soddisfatto e il mio migliore amico nonché mio testimone, al mio fianco sghignazza per il mio sguardo da pesce lesso.
La madre di Isabella piange e si stringe le mani al petto mentre guarda sua figlia avanzare lungo la navata, meravigliosamente bella ed emozionata. Suo fratello, tornato in permesso dall’Iraq, l’accompagna con sguardo fiero ed orgoglioso, con un profondo affetto che sboccia da quegli occhi così chiari e limpidi, come quelli di Isabella.
E poi ci sono io, io che sono spezzato a metà, che anche in questo giorno felice e stupendo, emozionante e allegro, sono diviso, rotto, frantumato.
Isabella ha ricostruito parte del mio cuore, con il tempo ha guarito tante ferite, ma quella più profonda, quella più grande, solo tu puoi risanarla.
Vorrei tanto che fossi qui, seduta in prima fila, con gli occhioni grandi e teneri mentre mi osservi sposarmi. Vorrei che fossi parte di questo giorno.
Ma non ci sei.
E il mio cuore non sarà mai completamente intero finché mancherai.


“Amore… perdonami!” Scuse patetiche si formano nella mia testa, so già che sarà difficile tenerla legata a me.
“Per cosa, Edward? Per amarla più di quanto ami me? Lo sapevo ancora prima di sposarti, ci convivo da lunghi anni. Ora però ammetto di essere stanca di correrti dietro, mentre corri dietro a lei.”
“Bella, tu… tu…”
Vorrei poterle dire che non capisce, ma è la persona che può comprendermi meglio. Vorrei poterle dire che non sa cosa si prova, ma è la persona che potrebbe ridermi in faccia scuotendo la testa e andarsene indignata a questa accusa. Vorrei poterle dire di lasciare stare, di perdonarmi, ma è la donna che amo e sarebbe come ferirla con milioni di pugnalate.
“Hai tante cose da dirmi, ma non sai come farlo perché è così difficile parlare con me. Come siamo arrivati a questo, Edward? Noi ci amavamo alla follia, abbiamo rischiato tutto per sposarci, abbiamo messo in discussione ogni amicizia, ogni rapporto, abbiamo affrontato le montagne più ardue, scalandole sempre con successo. Ed oggi invece siamo qui a seguire una donna che sarà sempre in mezzo alle nostre vite e che non ci permetterà mai di essere felici. Perché ci stai facendo questo?”
“Bella, noi siamo felici!”
“Lo eravamo, Edward. Lo eravamo fino a che un giorno non ti ha piantato nell’androne del tuo palazzo, mentre tutti gli altri condomini ascoltavano le sue urla isteriche e tu non potevi fare altro che restare impietrito davanti a quello sfogo di rabbia. C’ero anche io, te lo ricordi? Ero nello sgabuzzino del portiere a farmi dare la posta mentre lei ti accusava di essere uno stronzo menefreghista rovina famiglie.” Prende fiato e si sposta una ciocca di capelli dietro l’orecchio, è così dannatamente bella, così meravigliosamente forte e stupenda. “Da quel momento è diventata la tua ossessione e io, ogni dannato giorno, ho perso qualcosa di mio marito, del mio uomo, dell’Edward che amo. La persona che ho di fronte non so neppure chi sia!”
Abbasso la testa sconsolato, non posso che darle ragione.
“Guardala Edward… guardala!” Alzo lo sguardo su di te e ti osservo con attenzione. I tuoi capelli crescono in morbide onde castane, la tua pelle sembra più delicata del giorno prima e i tuoi abiti riflettono la tua personalità forte, decisa e un po’ sbarazzina. “La segui ogni giorno, ti fai gridare contro da ogni anziano che pensa tu possa essere pericoloso, ti fai chilometri a piedi ogni sabato che lei passa in un grande magazzino con le amiche a fare shopping. Mi stai preoccupando. L’uomo che conosco sarebbe già andato a quel tavolo, orgoglioso e fiero del nome che porta e l’avrebbe costretta ad ascoltarlo. Ma l’Edward con cui sono seduta a questo tavolo da sette anni a questa parte vive come se l’unica occupazione della sua vita fosse essere invisibile ai suoi occhi!”
E’ vero. E’ quello che sono, è ciò che faccio.
“Lo vuoi un consiglio?” Sposto gli occhi per guardare il mio amore. “Beh te lo do lo stesso. Vai lì, manda via la sua amica e parlale. Rivolta le carte in tavola, prendi in mano il gioco, fai qualcosa per la tua vita. Ti stai lasciando trascinare senza fare nulla. Questo non sei tu. Stai perdendo anni preziosi, stai perdendo una parte importante della tua vita e lo rimpiangerai per sempre.”
“Amore…”
“Vado a casa, devo ancora preparare la cena e fare una lavatrice con i panni sporchi. Ti lascio qualcosa nel forno per quando torni.”
“Bella, aspetta! Non andare!”
“Edward sono stanca. Sono stanca di molte cose. Sono stanca del fatto che usi ancora i preservativi quando facciamo l’amore, sono stanca che tu mi faccia prendere la pillola per non rischiare una gravidanza in nessun caso, perché non sei ancora pronto. Siamo sposati da sette anni Edward, il mio orologio biologico sta rallentando, fino a fermarsi completamente. Sono stanca di non cenare con te da mesi, di non addormentarmi al tuo fianco mentre guardiamo un film o qualsiasi stupido programma alla tv. Sono stanca di non concedermi qualche vacanza perché tu devi stare qui, seguirla, proteggerla, amarla a distanza. Sono così stanca che sto pensando di andare da mia madre a tenerle compagnia finché non mi schiarisco le idee. Quando ti ho sposato ti conoscevo, conoscevo lei e sapevo cosa significava per te. Quando ti ho sposato avevo messo in conto che non saresti stato mai completamente mio. Ma oggi, oggi sono stanca e delusa. Ti sei persino dimenticato che un mese fa era il nostro anniversario di matrimonio e non voglio neppure immaginare cosa, in quella testa, avrai dimenticato o archiviato. Fammi un favore, va’ a parlarci e dai un taglio a questa situazione. Non so se posso sopportare ancora a lungo!”


Mi alzo dal tavolo e la fermo, prima che sia troppo tardi. La attiro nelle mie braccia e mentre la stringo forte le sussurro quanto mi dispiace. Mi dispiace davvero, per ogni cosa. Sento le sue lacrime bagnarmi la camicia e sento le sue dita stringersi sul tessuto adagiato sulla mia schiena.
“Ti prego amore, scusami. Mi farò perdonare, lo giuro. Non tornare da tua madre, resta con me, ti prego. Io ti amo, ti amo moltissimo. Sei… sei ciò che mi permette di essere ancora qui, di restare in piedi, di amare ancora. Sei la mia forza e ti chiedo scusa. Ti chiedo mille volte scusa per averti ferita, trascurata e lasciata in disparte. Prometto di rimediare, prometto che non succederà più. Sarai la mia priorità da oggi in poi!”
Mi si riempiono gli occhi di lacrime, la paura di perderla è così forte ora che potrei inginocchiarmi e pregarla di non lasciarmi.
“Se vuoi rimediare, Edward, va’ a parlarle. Non perdere ancora tempo. Fallo per me e fallo per te. Se potessi tornare indietro… se potessi parlare con mio padre e chiedergli scusa o ascoltarlo o anche solo permettergli di restare nella mia stessa stanza… lo farei. Ma lui ormai non c’è più e questo è uno dei rimpianti più grandi che mi porto dietro. Lo sai bene.”
“Lo farò, te lo prometto.”
“Ora Edward, oggi. Non rimandare a domani. Io ti aspetto a casa, ti amo.”
La bacio, intreccio la lingua con la sua in un incontro disperato. La amo, la amo tantissimo.
Quando esce dal locale mi giro a guardarti e un secondo dopo le tue spalle si irrigidiscono e ti volti verso di me lentamente, come se sapessi di trovare una brutta sorpresa alle tue spalle.
I tuoi occhi diventano due fari verdi che mi incatenano. Inizi a tremare visibilmente e la tua bocca si apre in un’espressione di pura sorpresa. Poi nei tuoi occhi un tumulto di emozioni: paura, rabbia, rammarico, tensione e dolore.
Sei sempre stata così limpida per me, è sempre stato così semplice leggerti.
I nostri occhi non si sono mai incontrati da tre anni a questa parte, quando al funerale di tua madre mi guardasti con rabbia e dolore. Io me ne stavo lontano, in mezzo alla gente comune, così distante per non avere la tentazione di stringerti tra le braccia e sussurrarti che sarebbe andato tutto bene. Il tuo sguardo, quel giorno, mi uccise mille volte.
Ed ora la scena si ripete, con il triplo del carico emozionale che potevamo sperare.
Mi avvicino di un passo e tu ti irrigidisci afferrando con una stretta il braccio della tua amica.


Piccola, non voglio farti del male.
L’odio che scorgo nei tuoi occhi mi rallenta, mi impaurisce, tremo così tanto che sembra esserci, attorno a me, un terremoto. Eppure tutti sono fermi, i loro sguardi puntati su ciò che facevano prima. Nessuno si cura di noi, tesoro. Nessuno si rende conto di quello che sta accadendo in questa sala.
Mille ricordi affollano la mia testa, ma prima che possa piegarmi in due dal dolore li scaccio, così come trattengo le lacrime che vorrebbero scorrermi dagli occhi.
“Elizabeth” Sussurro con voce roca ed emozionata, quando ormai sono ad un passo da te. I tuoi occhi sgranati e impauriti mi fissano, sei sconcertata. Poi la tua amica ti scuote e mi rivolgi uno dei tuoi sguardi rabbiosi.
“Cosa ci fai tu qui?”
Vorrei dirti che sono sempre qui, sempre al tuo fianco, sempre, in ogni momento della tua vita. Invece mento, perché non è il momento giusto.
“Stavo prendendo un caffè con Isabella. Come stai?”
“Prima stavo bene, ora vorrei che sparissi dalla mia vista!”
“Betty! Piantala!” La tua amica ti tira uno schiaffo sul braccio e mi sorride alzandosi, afferra la borsa dalla sedia sotto il tuo sguardo sgomento. “Salve signor Cullen, è bello rivederla. Sto andando a fare la spesa, può fare compagnia a Betty, così ha un passaggio per tornare a casa!”
“Mery dove cazzo vai?” Ti ho sentita pronunciare parolacce spesso e volentieri in questi anni, da lontano, eppure non mi sono ancora abituato.
“Grazie Meredith, buona serata!” Mi volto verso di te con un cipiglio preoccupato. “Possiamo parlare, per favore?”
“No, certo che no. Sono passati sette anni, Edward. Non ti ho parlato in tutto questo tempo e non lo farò neppure oggi. Vado a vedere se c’è un taxi che mi accompagna a casa!”
“Piccola per favore, siediti e ascoltami!” La gente aveva iniziato a volgere gli sguardi verso di noi e ovviamente io sono quello che passa per uno psicopatico.
“Non sono piccola e sicuramente non lo sono più per te. Fattene una ragione Cullen, stammi alla larga!”
Lasci venti dollari sul tavolo e con la borsa in spalla cammini a passo spedito verso la porta. Impreco tra me e me, incrocio le dita che nessuno si frapponga nella nostra distanza e ti seguo non prima di aver lasciato trenta dollari per il mio conto e il tuo, riprendendo i tuoi soldi.
“Elizabeth, fermati!”
“Vattene, Cullen!”
“Elizabeth! Elizabeth!” Nonostante corra ogni mattina all’alba sono ancora fuori forma per starti dietro, in più molta gente mi viene addosso, quasi per sbaglio.
“Devi farti la visita dall’otorino, Cullen. Vattene, ho detto!”
“Elizabeth, fermati! Dannazione fermati!” Con il fiatone al massimo riesco comunque ad accelerare l’andatura fino a bloccarti il polso tra le mie dita e fermarti. Mi guardi preoccupata e ansiosa.
“Lasciami.”
“Fermiamoci a parlare, ti prego!”
“Non abbiamo nulla da dirci. Lasciami o mi metto a urlare!”
“Dannazione! Sei cocciuta peggio di un mulo!”
“Che ironia! Lasciami, Edward!”
“Senti, so che nessuno ti ha detto nulla, che nessuno ti ha spiegato… neppure tua madre. Vorrei solo che mi ascoltassi, adesso che è passato tutto questo tempo. Ti sto pregando!”
“Puoi pregare quanto vuoi. E lascia stare mia madre!”
“Giusto, lei è una santa, io invece sono il padre cattivo e stronzo, menefreghista, irresponsabile e rovina famiglie!” Il tono arrabbiato con cui sbotto contro di te ti fa indietreggiare quel tanto che riesci, ancora con la mia mano ferma sul tuo polso.
“No, ti sbagli! Ti sbagli perché tu non sei mio padre, tu non sei nessuno. Nessuno hai capito?”
Resto senza fiato e lascio andare il tuo polso di scatto. Sei libera di andartene ma resti impalata a guardarmi con gli occhi esageratamente sgranati. Faccio un passo indietro amareggiato e deluso. Colpito dalle parole più dure che potessi sentire, impreparato a sentirmi un estraneo nella vita di mia figlia. In cuor mio avevo sempre la speranza che seppur invisibile, seppur lontano dalla tua vita mi considerassi ancora tuo padre. Ero convinto che il legame che si è creato in dodici lunghi anni potesse, in qualche modo, restare ancorato dentro di te senza lasciarti mai. Invece non mi consideri tuo padre. Non sono nessuno.
Non sono l’uomo che ti ha stretto tra le braccia quando tua madre ti ha messa al mondo, non sono stato io a cambiarti il primo pannolino, non sono stato io a svegliarmi nelle notti piagnucolose quando facevi i capricci. Non ero io quello che ogni mattina ti accompagnava all’asilo fiero di tenerti tra le braccia, non ero io che ti accompagnava al parco, ti aspettava giù da ogni discesa o ti spingeva sull’altalena. Non sono l’uomo che ti ha stretto tra le braccia ad ogni pianto, che ti ha coccolata durante la notte, che ti ha protetta da ogni pericolo. Io non sono nessuno.
Eppure nella mia casa c’è una camera che porta il tuo nome, ancora piena dei tuoi abiti di bambina e dei peluche che ogni giorno ti portavo a casa. C’è ancora quel ritratto di noi, tu seduta sulle mie gambe mentre mangiamo un gelato con i nasi sporchi di panna e due grandi sorrisoni. C’è la tua biciclettina in garage, fucsia e nera perché rosa era troppo da femmina, ma nera era troppo triste.
Io non sono nessuno.
Eppure ricordo l’attimo esatto in cui con le tue ditina hai stretto il mio indice e l’hai portato alla bocca per mordicchiarlo, anche se eri senza denti; ricordo il momento in cui i tuoi occhioni chiari si sono aperti e ti ho sorriso, dandoti il benvenuto al mondo. Ho stampato nella mente l’immagine di te stesa nel mio letto mentre guardiamo un cartone animato di Barbie e, a soli cinque anni, eri già così intelligente da trovare banale un cartone del genere.
Se io non sono nessuno… tutti questi ricordi sono niente. Sono solo immagini di una vita troppo lontana da poter afferrare. Se io non sono nessuno, ogni momento che ho vissuto è paragonabile al nulla, all’indifferenza, all’inutilità. Fino a qualche ora fa avrei pagato oro pur di avere anche solo un’ora di tempo di quei giorni, poterti stringere forte, vederti sorridere, sentire la tua voce che mi chiama papà.
Ora ho perso tutto. Niente ha più valore.
Io non valgo nulla.
Non sono tuo padre.
Sono nessuno.

Mi allontano da te con sguardo smarrito, mi sento addosso una stanchezza infernale, un’amarezza infinita e una delusione enorme. Cosa posso fare adesso?
Ho perso tutto, anche l’ultimo briciolo di speranza che mi restava, anche quel lieve filo che mi teneva legato ai ricordi. Tagliato. Spezzato. Bruciati in un lampo.
Ti avvicini, preoccupata e dispiaciuta.
“Edward…”
Non dovresti chiamarmi per nome, dovresti chiamarmi papà, ma non lo fai più da sette anni e mai più lo rifarai. Scuoto la testa violentemente arretrando lungo il marciapiede.
Volevo solo parlarti, volevo solo spiegarti. Era tempo di sotterrare l’ascia di guerra e farti capire che non è colpa mia, che non è colpa di Isabella, che non è colpa tua. Invece non sei ancora pronta e, probabilmente, mai lo sarai.
“Non pensavo che portassi ancora tutto questo rancore, non pensavo fossi ancora così arrabbiata né che mi considerassi nessuno. Non mi vedrai più, lo giuro! Addio Elizabeth.” Incapace di restare a qualche metro da te ancora a lungo ti volto le spalle e a testa bassa, con sguardo vacuo, torno a casa.


“Edward, che diavolo è successo?”
Isabella mi fa entrare in casa e mi accoglie tra le sue braccia, singhiozzo incapace di sopportare oltre e mi lascio andare appoggiandomi a lei.
“Shh. Shh. Amore si risolve tutto. Vedrai che andrà tutto bene. Vieni sediamoci sul divano!”
Vergognandomi della reazione che ho avuto mi copro il volto con le mani prendendo posto, di peso, sul divano.
“Hai parlato con tua figlia?”
“Non è mia figlia, lei non mi considera suo padre, non sono nessuno per lei.”
“Oh Edward, mi dispiace. Mi dispiace tanto!”
Non so quante ore resto fermo in quella posizione, non ho fame, non ho sete, ho solo voglia di dormire e dimenticarmi ogni cosa. So già, però, che farò fatica a prendere sonno.
Il campanello d’entrata mi riscuote dallo stato in cui sono caduto, ma prima che possa anche solo pensare di alzarmi Isabella è alla porta.
“Oh, ciao. Ehm… non ti aspettavamo. Vuoi entrare?” La voce imbarazzata di mia moglie mi preoccupa, aspetto che succeda qualcos’altro e poi vado alla porta. Mi gelo, però, quando sento l’altra voce.
“No, non credo sia il caso. Vorrei solo sapere se sta bene, dato che prima è fuggito via e non sembrava stare benissimo. Era pallido e sconnesso.”
“Elizabeth tuo padre non sta bene, vuoi entrare a bere un caffè?”
“Non è mio padre, Isabella!” Non ho la forza di alzarmi, soprattutto dopo queste parole.
“Senti io non sono nessuno, ma sono stanca di vedervi così. Tu da una parte e lui dall’altra. Lo sai che sono anni che ti segue disperatamente? Ti segue Elizabeth. Lascia me a casa e ti osserva da distante, si è beccato una ventina di denunce, è finito in ospedale due volte e ogni notte quando torna a casa è sempre più distrutto. Dovete parlare.”
“Isabella!” Non riesco a trattenermi, con un balzo sono in piedi e mi fiondo nel corridoio. Non doveva dirle queste cose. Non ora, non dopo quello che Elizabeth ha detto di me.
“Edward, scusa ma…” Il suo sguardo dispiaciuto e mortificato mi stringe il cuore, non posso rimproverarla, non posso avercela con lei, sta facendo di tutto per me, ha sempre fatto di tutto per me.
“Non importa, lascia stare. Ho un po’ di fame, ti va di preparare qualcosa di veloce?” Annuisce composta e poi si volta verso Elizabeth.
“Ti fermi per un boccone veloce?”
“No, grazie.”
E’ una situazione paradossale, soprattutto perché hai più confidenza con mia moglie che con me. Stai bene attenta a non superare la soglia di casa anche quando Isabella è in cucina.
“Volevo… ehm… volevo sapere se stavi bene. Oggi sei scappato e…” Vorrei ridere, è una situazione comica da un lato, eppure non trovo le forze.
“Starò bene. Domani sarà un nuovo giorno, giusto? Le cose dopo una bella dormita dovrebbero sembrarmi migliori. Giusto?”
“Ho sempre pensato che chi ha inventato questo detto fosse ubriaco!” mormori e fai in modo che mi scappi un sorriso. Poi un lieve profumo di bacon arrostito mi fa borbottare lo stomaco e anche il tuo brontola per la fame.
“Vuoi entrare e mangiare un boccone?”
“No, grazie. I nonni mi aspettano e devo prima passare da un amico…”
“Va bene.” Mi mancano le parole, improvvisamente la gola si è seccata. “Per cui, grazie di essere passata a… vedere come stavo.”
“Sì, io… ecco, sarei passata anche per un altro motivo. Il nonno e la nonna… mi hanno raccontato qualcosa e volevo scusarmi.”
Scusarti? Sei venuta qui per scusarti. Precisamente per cosa? Temo che possa sfuggirci la situazioni dalle mani, per cui cautamente annuisco con il capo e rilascio un sorriso mesto.
“Sì, beh… scuse accettate!”
“Non mi chiedi per cosa sono?”
“Ho paura ad ascoltare la tua risposta, Elizabeth. Temo che non mi piacerà e vorrò tornare indietro nel tempo e, ancora una volta, avere una seconda possibilità. Ma la vita non le concede e le persone, mi sono accorto, neanche.”
“Una seconda possibilità. Anche io ne ho chiesta qualcuna alla vita, eppure mi ha sempre risposto picche.”
“E cosa hai fatto in quel caso?”
“Me la sono presa con la forza, in alcuni casi, in altri… ho rinunciato con il cuore spezzato.”
“Sei proprio cresciuta forte e determinata.”
“E tu sei diventato l’uomo che non mi aspettavo di trovare dopo sette anni.”
“Cioè?”
“L’ombra di te stesso e con un matrimonio in declino, ossessionato dal tuo passato.” Non rispondo, sapendo che hai perfettamente ragione. Il tuo stomaco brontola ancora e mi accorgo, guardando l’orologio che orna una parete in entrata, che sono le nove passate.
“Sei sicura che non vuoi entrare e mangiare qualcosa? A giudicare dall’odore che proviene dalla cucina, Isabella sta preparando bacon grigliato, uova strapazzate con formaggio fuso, pane integrale e insalata di patate e pollo. Un piatto che ti stende!”
“Non credo che sia il caso, Edward.” Dopo l’ennesima stilettata che mi fa allontanare vedo arrivare in mio soccorso Isabella, con una macchia di maionese sulla maglietta e un grande sorriso sul volto.
“Elizabeth, per fortuna sei ancora qui. Ho cucinato troppe uova e l’insalata di patate e pollo domani non è più buona, odio sprecare il cibo. Entra e mangia un boccone.”
“Isabella, è gentile da parte tua ma…”
“Ma niente scuse. Forza Edward, vai a lavarti le mani e accompagna Isabella in bagno!”
Tu borbotti qualcosa dietro alle mie spalle, mentre costretta ad entrare in casa lasci le scarpe in entrata e prosegui a piedi scalzi.
“Come se non sapessi dov’è il bagno qui dentro! Isabella è molto furba, mi ha incastrata, non è vero?” Ridacchio, per la prima volta nella giornata, orgoglioso di mia moglie.
“Isabella è molte cose, ma la furbizia è una dote che mi fa tremare le ginocchia, ogni tanto!”
“Sarebbe bello avere un’amica come lei, sembra sveglia, sa cucinare ed è furba.”
“E’ a tua disposizione, quando vuoi.” Le dico mentre entro in bagno a lavarmi le mani per poi lasciarla libera qualche minuto. Torno da mia moglie sorridendo appena, la stringo in un caldo abbraccio appoggiando le mani sulla sua pancia e le bacio la guancia.
“Ti amo Isabella. Ti amo da morire!”
“Vedrai che andrà tutto bene!”
Entri in cucina schiarendoti la voce.
“Questo posto non è cambiato di una virgola, a parte il corridoio dove ci sono quadri splendidi!”
“Li ha disegnati Isabella, ha talento, vero?” Ti dico baciando la testa di mia moglie.
“Sono solo scarabocchi che faccio quando tuo padre mi fa incazzare. Prendete posto, ho una fame che potrei mangiare un’intera macelleria!”
Bella ci riempie i piatti e poi si siede, io e te siamo di fronte, mentre lei si siede al tuo fianco sorridendoti amorevolmente. Ha sempre voluto dei figli, ha sempre desiderato essere mamma e l’idea che tu potessi vederla come tale l’ha sempre emozionata. Eppure tu l’hai odiata tanto quanto odi me, se non di più.
“Allora Elizabeth, raccontami, l’università ti piace? Il lavoro è appagante? Hai qualche hobby particolare? Ti piacciono ancora i cartoni animati dei supereroi?” Mia moglie ti rivolge un’infinità di domande e tu scuoti la testa sorridendo imbarazzata.
“E’ vero che mi hai seguita allora!” Mormora verso di me.
“Ehm, ho dimenticato di mettere l’ammorbidente in lavatrice, torno subito!”
Grazie amata moglie, per infilarmi in questi cammini tortuosi e poi lasciarmi da solo. Sei un’esperta in questo.
“Sì, sì l’ho fatto. Sono sempre stato a distanza, invisibile. Ma ti ho sempre seguita e se vuoi denunciarmi… fa’ pure.” Borbotto infilandomi una forchettata di uova in bocca.
“Veramente la cosa mi lascia piacevolmente stupita.”
“Perché?”
“Come ho fatto a non vederti?”
“E’ facile, Elizabeth. Tu hai messo una pietra sopra di me dal momento in cui hai abbandonato la hall del mio palazzo. Mi hai dimenticato. Mi hai ignorato. Mi hai cancellato dalla tua vita. E’ così che è andata, no? E’ così che ho smesso di essere tuo padre e sono diventato nessuno.”
“Edward…”
“Non mi devi nessuna spiegazione, sono passati così tanti anni che è giusto che sia così.” Il cibo non mi è mai sembrato così poco appetitoso come in questo momento. Dopo sette anni mi ritrovo di fronte a te, più bella che mai e più forte di sempre, e non so come reagire.
“Credo che Isabella abbia ragione, dobbiamo parlare.”
“A cosa servirebbe? A farci altro male? Sono certo che tu abbia sofferto tanto quanto ho sofferto io, sono certo che tu mi abbia odiato fin nel profondo ogni giorno della tua vita. Sono sicuro che il dolore che hai passato non lo scorderai mai e non potrò mai ricucire le ferite inferte. Cosa parliamo a fare? Sprechiamo fiato, ci facciamo male, ci illudiamo di poter risolvere… la verità è che non succederà mai.”
“Non sei mai stato così negativo nella tua vita, come mai ora? Perché pensi che non possa risolversi nulla?”
“Perché hai 19 anni, tesoro, io ne ho 37 e sette anni di queste nostre vite sono stati designati a ignorarci. Tu non mi consideri neppure più tuo padre. Cosa c’è da risolvere? Cosa posso dirti, cosa posso fare ora, che non ho potuto e non potevo fare ieri?”
“Quando la mamma è morta mi ha lasciato una lettera, avrei dovuto aprirla il giorno del mio diciottesimo compleanno, così come nei più lacrimevoli film che passano in tv. La verità è che il nonno era stanco di questa situazione e mi diede la lettera subito dopo la sua morte. Sai, da padre non riusciva a comprendere come facessi, tu, a starmi così lontano. Infervorato dalla rabbia nei confronti della mamma mi fece leggere la lettera.”
L’appetito mi è passato completamente, perfetto.
“Mi aspettavo che dentro ci fosse la spiegazione che sia i nonni sia tu mi avete tanto offerto ma che io non avevo mai voluto ascoltare. Invece mia madre mi ha solo detto che se avesse potuto tornare indietro avrebbe cambiato certe cose, che non rimpiangeva il fatto di avermi avuta ma le modalità e tutto ciò che è successo dopo. Mi scrisse di concederti una seconda possibilità, quando sarei stata pronta. Ma niente di più. Non ho parlato con il nonno prima di qualche mese. Poi mi feci raccontare ogni cosa.”
Rabbrividii. E così lo sapeva, ma non era tornata da me.
“Quel giorno ti sei fatto insultare, ti sei fatto odiare senza colpa. Ed io mi sentivo così in colpa, mi vergognavo così tanto che non sapevo come chiederti scusa.”
“Elizabeth le cose sono degenerate in fretta, eri piccola e non potevi capire a fondo.”
“Sì, ma da quando ho scoperto la verità sono passati anni e, come puoi vedere, non sono più tanto piccola.” Continui a mangiare piccoli bocconi, sposti la roba di qua e di là nel piatto senza sfamarti completamente, così come sto facendo io. “Vorrei solo averti ascoltato prima o aver trovato il coraggio di venire qui. Ora vorrei ascoltare la tua versione!”
“Cos’è cambiato da questo pomeriggio quando mi dicevi di andarmene, di lasciarti stare, che io non sono nessuno?” Non dovrei farmi invadere dalla rabbia… eppure è quello che accade ora.
“Oggi ero sconvolta, non mi aspettavo di vederti lì, non mi aspettavo che Mery se ne andasse lasciandomi da sola ad affrontare le mie stronzate e le mie paure più grandi. Poi ti ho guardato dopo averti detto quelle cose così brutte… e mi sono chiesta come mi sarei sentita io se tu mi avessi detto che non sono nessuno per te, che non sono più tua figlia. Il nonno è stato cruciale nella decisione di venire a parlarti. Mi ha fatto sentire in colpa, più di quanto non lo fossi già!”
“Tuo nonno è un uomo particolare, quando frequentavo tua madre giurava di spaccarmi la testa se solo le avessi fatto del male. Quando disse ai suoi genitori che era incinta, sua madre era esaltata mentre tuo nonno per poco non fece un infarto.”
“Eravate molto giovani!”
Ed eccoci arrivati a parte della questione. Se solo mi avessi lasciato parlare anni fa, piccola, oggi non saremmo a questo punto.
“Giovani, immaturi, ingenui, stupidi e di sicuro irresponsabili. Mettere incinta Victoria è stato l’errore più grande della mia vita fino a qualche anno fa, ma allo stesso tempo è stata la gioia più grande che potessi desiderare.”
“Come possono coincidere le due cose?”
“Beh, tu hai diciannove anni piccola, è come se avessi già una bimba di due anni. Tua madre ti ha avuta a diciassette anni, io ne avevo appena compiuti diciotto. Dovevo ancora prendere il diploma e fare i piani per il mio futuro, non sapevo cosa volevo diventare, non sapevo dove volevo studiare… Non sapevo nulla. Zero assoluto. Eppure ti stringevo tra le braccia, ti cullavo la notte e giocavo con te quando sei cresciuta. Ho comunque preso le mie decisioni importanti, ho studiato, mi sono laureato e ho preso il posto di mio padre al comando della sua azienda per consentirgli di avere più tempo libero. Sono riuscito a fare tutto questo anche se quando tornavo a casa c’era una piccola peste di qualche anno che mi correva incontro e non mi lasciava stare neppure quando facevo la doccia.”
“Deve essere stato impegnativo…”
“Impegnativo, difficile, a volte soffocante…”
“Quindi… la mamma aveva ragione. Vi ho davvero rovinato la vita?”
“No, tu l’hai solo resa più piena, più vivace. Hai permesso che valesse la pena di andare avanti ogni giorno, superare le difficoltà e sforzarsi di essere persone migliori, solo per te. Quando diventi padre il tuo centro nella vita cambia. Non pensi a lavorare per te stesso, non pensi a comprare vestiti per te stesso, andare fuori con gli amici a bere o far tardi la sera. Quando diventi padre tua figlia è il centro perfetto del tuo universo. Tutto ruota attorno a quel piccolo esserino che ha bisogno di amore e protezione. Dimentichi gli amici, ti accontenti di vederti per un caffè dopo le lezioni; non hai bisogno di avere quindici paia di jeans o quaranta camice ordinate nell’armadio, ti basta avere sempre un peluche da portare a tua figlia.”
“Come fai a dire che non hai la vita rovinata? A me sembra un disastro…”
“E’ perché non hai mai stretto tra le braccia il sangue del tuo sangue, perché non hai mai dato un biberon a tua figlia, non ti ha mai sorriso o gorgogliato qualcosa. Non capisci la gioia di essere padre finché non comprendi le preoccupazioni che vengono ripagate dalla felicità nel volto di tua figlia. O quando dopo una giornata passata fuori di casa apri la porta e lei ti corre incontro saltellando e riempiendoti la testa della sua giornata infinitamente più semplice della tua. Ed ogni volta che non riesce a dormire sale nel tuo letto impaurita e vuole solo che tu la stringi forte… è allora che ti senti un eroe. Questa è la gioia. Se tornassi indietro io non cambierei proprio nulla di quel periodo. Rifarei lo stesso errore con Victoria per poi ritrovarmi te tra le braccia. Tu sei davvero la parte migliore di me, Elizabeth.”
Mi commuovo e mi emoziono mentre ti parlo, ma come potrebbe essere diversamente? Ho la testa così assurdamente piena dei nostri momenti insieme.
Ti schiarisci la voce e sbatti le palpebre per mandare via lacrime che non vuoi che veda. So che le mie parole ti hanno commossa ed emozionata, lo vedo dalle tue mani che tremano e dalle tue gambe che non riescono a stare ferme.
“La mamma mi ha sempre detto che sono stata un errore e che nessuno dei due tornerebbe indietro e rifarebbe lo stesso errore una seconda volta.”
“Elizabeth, la mamma era una persona molto egoista, egocentrica e viziata. E’ cambiata quando sei nata tu, ma con il tempo è tornata alla sua vera essenza. I primi anni sembrava così innamorata di te che stupiva persino i nonni, poi le cose sono cambiate… e con il suo cambiamento sono cambiato anche io. Non avevo più voglia di stare al fianco di una persona che ti lasciava in disparte, che pensava ad uscire con le amiche o a festeggiare piuttosto che godersi il tempo con te. Il college l’ha rovinata, il suo corpo perfetto e il suo essere maliziosamente attraente ha fatto sì che i ragazzi la puntassero, le amiche arrivarono a frotte e d’un tratto la vita di casa non faceva più per lei. Era così poco il tempo che passava con te che mi stupisco del legame che si era creato fra voi.”
“Il nonno non mi ha mai raccontato queste cose, né tanto meno la mamma. Quindi io con chi stavo quando ero piccola?”
“Mio padre ha affittato per noi un appartamento poco distante dal campus universitario, che guarda caso distava poco anche da casa loro. Finché non terminavano le lezioni stavi con i nonni, poi venivo a prenderti.”
“E come riuscivi a mantenerci?”
“I nonni ci hanno aiutato. I miei suoceri riempivano il frigorifero, mio padre pagava i conti. Questo fino alla laurea. Poi ho sempre provveduto io a noi due ed ho ripagato i debiti con i nonni.”
“Guadagni così tanto?”
“Mio nonno aveva lasciato un fondo a mio nome che potevo toccare solo nel momento in cui mi sarei laureato, non voleva che i soldi andassero a un nipote scapestrato che non avrebbe mai preso in mano le redini della società.”
“Poi cosa successe? Come si arrivò a… quel momento?”
“Passavi quasi tutto il tempo con me, però tua madre aveva iniziato a volerti tenere durante la settimana. In quel periodo conobbi Isabella e quando non stavo con te io e lei ci vedevamo. Non era nulla di serio in quel momento. Victoria però non la prese bene. Disse che avevo delle responsabilità, che dovevo stare con te, che non potevo lasciarti a lei per uscire e gozzovigliare in giro. In sostanza voleva averti con sé ma non voleva condividere me con altre donne.”
“Ti amava!”
“No Elizabeth. No. L’amore è diverso. L’amore è profondo e sincero, metti l’altra persona nel tuo campo visivo, inondi il tuo cuore di lei, qualsiasi cosa è per lei e verso di lei. E’ come l’amore per una figlia, solo un po’ meno profondo.”
“Quindi la mamma non ti amava, però ti voleva.”
“La mamma voleva tutto. Ha cominciato a farmi liti su liti sempre, ogni volta che ci vedevamo per te. Mi mandava messaggini e mi imponeva di tornarmene a casa quando ero con Isabella. Più volte ti lasciava con i nonni e ci seguiva. Era diventata pesante, ossessionata.”
“Non capisco, anche il nonno non ha saputo dirmi nulla di questa parte.”
“Quando tua madre è andata al college difficilmente tornava a casa, con una scusa o un’altra restava a dormire in qualche camera, probabilmente ragazzi e non amiche. Quando tornava, di rado, si concentrava su di me… ritornava ad essere carina, seducente, sexy e legata a me. Poi ripartiva, senza aver passato molto tempo in tua presenza. Ti riempiva di regali però, quello sì. Quando fui ben impiantato nella società di famiglia decisi di acquistare questo appartamento, ma lei voleva una villetta, piscina, parco macchine e una zona chic. Io non ero disposto a fare un investimento del genere. Litigammo e ci separammo una volta per tutte. Aveva comunque visto che era facile dividere le attenzioni su di te, un po’ io e un po’ lei. Per cui con il primo stipendio affittò la villettina dove stavate. Ma ogni volta che mi vedeva ci provava… e intanto stava con altri uomini.”
“E tu non le hai mai detto nulla?”
“Elizabeth, io non amavo tua madre. Non l’amavo prima e non l’ho amata dopo. Affetto, quello sì, ma amore no. Isabella è la donna che amo, quella che ho deciso di sposare e che voglio al mio fianco per tutta la vita. E’ la donna che ha sopportato sette anni di esclusione e rinunce, il mio cuore spezzato e un uomo rotto. Eppure è ancora al mio fianco, mi prepara la cena, mi sorride, mi stringe forte e non mi abbandona mai.”
“Vorrei tanto trovare una persona così… E’ questo ciò che ti ha fatto innamorare di lei?”
“No!” Ridacchio scuotendo la testa. “Mi sono innamorato di Isabella perché ha mille difetti. La notte si avvinghia a me scaldandomi come una stufa, inciampa ogni tre passi, si mangia le pellicine delle unghie ed è maledettamente disordinata.”
“Ti ho sentito!” Urla dal bagno mia moglie facendoci scoppiare a ridere.
“Però è bella, sensuale, forte, determinata, intelligente. Leale. Affettuosa. E’ una donna passionale, quando ama qualcuno non può fare a meno di dargli tutto. Io ho tutto di lei, il suo cuore, la sua anima, la sua forza, il suo coraggio… tutto. E poi ha un sorriso meraviglioso e gli occhi più belli che ho visto in una donna, dopo di te. E mi ama. Mi ama così tanto da sopportare che suo marito abbia una figlia con un'altra donna. Mi ama così infinitamente da superare con me ogni difficoltà e sette anni di un intenso dolore.”
“Ora capisco. Non hai mai parlato così della mamma.”
“Perché non l’amavo, piccola!”
“Quindi lei era gelosa, ti voleva per sé, ma tu volevi Isabella. Io credevo ti amasse. Come siamo arrivati a non parlarci per sette anni?”
“Ah tesoro, se non me lo dici tu!” Scuoto la testa ma dato che è il momento delle confessioni è il caso di lasciarsi andare e farla finita. “Io e tua madre litigavamo da giorni, per telefono, per strada, nel mio appartamento. Non importava a quale ora del giorno e della notte. Non le fregava nulla se con me c’era Isabella o se fossi solo. Voleva litigare, poi si metteva a piangere e pretendeva che la confortassi e facessimo pace. Non andò mai come avrebbe voluto. Ero ormai già cotto di Isabella e non avevo intenzione di tradirla. Una sera eri da me, l’ennesima sera che ci sentivi litigare. Te ne sei stata nella mia camera con Isabella mentre tua madre urlava come un’isterica in salotto, diceva cattiverie verso di me.”
“Sì, ora ricordo. Urlò che eri un irresponsabile, uno stronzo, un bugiardo e un traditore. Disse che non mi volevi e che quando avresti sposato Isabella ti saresti dimenticato di me perché ero solo un peso per te. Disse tante altre cose… brutte.”
“Erano tutte bugie Elizabeth. Erano tutte stronzate. Isabella aveva cercato di consolarti ma iniziasti a vederla come un’intrusa, a trattarla come se fosse cattiva, iniziasti ad odiarla e a urlare come tua madre. Provai a fermarti ma ti eri chiusa nella tua stanza e non volevi più vedermi. La mattina dopo chiamasti tua madre perché ti venisse a prendere. Passarono due giorni e non ti vidi, mai, neppure per qualche minuto. Fino a quando tua madre mi chiamò per dirmi che stavi venendo da me, si scusava perché ti aveva raccontato che eri solo un peso, che non ti volevo all’inizio, che ora che avevo trovato Isabella ti avrei dimenticato.” Prendo un sorso di acqua e distolgo lo sguardo dal tuo. “Si scusò, ma intanto ti aveva raccontato un mare di frottole per due giorni, ti disse che era per quello che non avevo voluto che prendessi il mio cognome.”
“E’ stato ciò che mi ha ferito di più in assoluto. Sembravi così legato a me, stavi con me tutto il tempo e avevi ridotto anche l’orario di lavoro, c’eri sempre. Non avevo mai parlato con te del mio cognome, ma le domande me le sono fatte spesso. Finché la mamma non mi disse quella cosa ed io non ci vidi più dalla rabbia. Ho corso, preso la metro e sono arrivata qui. Ti ho urlato addosso tutte quelle cose cattive… Non ti ho lasciato parlare e me ne sono andata.”
“Non ti sei più voltata indietro. Non hai più voluto parlare con me, non hai più risposto ai miei messaggi, alle mie chiamate, non ti facevi neppure trovare a casa. Sei sparita. Non sapevo più cosa fare Elizabeth, non avevo idea di come spiegarti che tua madre era solo arrabbiata.”
“Però io non sono una Cullen.”
“No, legalmente non hai il mio cognome. Tua madre è stata indecisa fino all’ultimo secondo, poi tuo nonno le ha detto che siccome non eravamo sposati e non era un rapporto solido, il nostro, era meglio che avessi il loro cognome, così non potevo avanzare nessuna pretesa su di te.”
“Il nonno ti ha fatto questo?”
“Sì, è per questo motivo che in questa lite ha preso le mie difese. Perché sa come sono andati davvero i fatti, perché è amareggiato per non aver preso decisioni diverse anni fa e perché non ha aiutato abbastanza perché ci riavvicinassimo.”
“Lo senti spesso?”
“Ogni giorno. Lo chiamo per sapere come stai, le novità, mi tengo informato come posso.”
“Perché prima di oggi non ti sei mai avvicinato?”
“Perché non ero pronto.”
“Ed ora cosa è cambiato?”
“Tante cose, Elizabeth.”
“Ad esempio?”
Ti guardo, seduta qui di fronte a me, nella mia cucina. Questo è il primo cambiamento. Stiamo parlando civilmente, siamo nella stessa casa, nella stessa stanza e seduti allo stesso tavolo. Non succedeva da sette anni. Forse siamo pronti entrambi, forse no.
Eppure ti osservo, i miei occhi immagazzinano ogni parte di te, memorizzo la tua immagine, le tue dita sottili, la tua pelle delicata, il viso fiero, quelle labbra identiche alle mie e gli occhi, gli occhi più belli del mondo, insieme a quelli di Isabella. Gli occhi verdi di mia figlia.
“Hai ragione, il mio matrimonio è in declino. Ho trascurato mia moglie in modo imperdonabile e oggi non ha più retto a questa tensione, a questa situazione e alla tavola calda mi ha aperto gli occhi.”
“Quindi devo ringraziare Isabella se ora ci stiamo confrontando?”
“Sì. Vorrei dirti che ho trovato il coraggio, che è merito mio e tutto il resto, la verità però è che senza Isabella non avrei mai trovato il coraggio di parlarti o avvicinarti. Sarei rimasto nell’ombra ancora e ancora.”
“Quindi… dovrai riconquistare Isabella e farti perdonare per tutti questi anni in cui l’hai ferita e trascurata. Come pensi di fare?”
“Non lo so. In questo momento sono molto confuso.”
“Lo capisco.”
Restiamo a guardarci per minuti interminabili, fino a che Isabella non entra in cucina con un grande sorriso e gli occhi rossi. Ha pianto, mia moglie si è commossa.
“Bene, ho infilato i panni nella asciugatrice, ho piegato la biancheria ed ho avviato un’altra lavatrice, menomale che mi sono portata avanti o avrei finito domattina. Ehi, non mangiate più?”
“Grazie amore, è squisito ma ho lo stomaco chiuso.”
“Sì, anche io. Però era delizioso, davvero. Grazie.”
“Figurati Elizabeth, è un piacere cucinare per voi! Volete un caffè?”
“No, grazie. E’ meglio se vado a casa ora.”
“Resta a dormire qui. Ti presto qualcosa di mio per la notte e c’è ancora la tua camera chiusa. A dire il vero ci sono una moltitudine di pupazzi e peluche che non saprei dove mettere, però c’è anche una camera degli ospiti. Fermati qui, dai!”
Guardo Isabella mentre tenta di convincerti e dal faccino pensieroso e le labbra intrappolate tra i denti, immagino non ci vorrà molto.
“Domattina preparo i pancake con mirtilli e yogurt bianco, caffè con la panna e c’è una crostata nel forno che sembra deliziosa, fatta stamattina. Resta qui, ti prego. Edward è così noioso, almeno possiamo guardare uno di quei film per ragazze io e te, mentre lui ci mette lo smalto alle unghie. Che te ne pare?”
Scoppi a ridere di gusto mentre mia moglie ti implora. E’ bellissimo guardarti così.
“E va bene. Mi hai convinto. Dovresti fare l’avvocato!”
“Fidati, a fare la segretaria di un grande boss ho più potere. Tuo padre fa quasi tutto ciò che gli consiglio e gli dico!”
“Ehi, non è vero!”  
“Come no! Tzé!”
“Da domani ti mando a lavorare nell’ufficio delle risorse umane, non c’è quel Mark che ti fa il filo e che sbava ovunque?”
“Oddio no! Preferirei lavorare all’ufficio vendite, lì c’è Lucas… un gran bel pezzo di…”
“Basta! Abbiamo capito!” Ridi da prima che cominciasse la nostra scenetta ed è così semplice, così normale che mi si riempie il cuore d’amore.
“Siete pazzeschi!”
“Già, quando avremo l’età dei tuoi nonni vedremo se la penserai allo stesso modo!”
“E’ tanto che non vedo nonno Carlisle e nonna Esme, saranno furiosi con me.”
“Tesoro non sono furiosi, sono solo delusi e gli manchi. Niente che delle scuse e un abbraccio lungo un tempo infinito non possa risolvere. Tuo padre li ha sempre tenuti aggiornati comunque.”
“Anche a me mancano molto…”
“Lo immaginiamo, tesoro. Ora vai in divano con Edward e scegli tu il DVD o tuo padre finirà per scegliere uno di quei polizieschi dove volano pallottole a tutto ritmo.”
“Posso aiutarti a sistemare qui?”
“Ammetto che mi farebbe piacere una mano, ma sono più felice se vai di là.” Poi avvicinandosi al tuo orecchio sussurra, anche se la sento benissimo. “Parli con papà e gli dici davvero tutto, tutto, tutto quello che c’è da dire dopo questi sette anni di silenzi e ti fai raccontare quello che vuoi sapere.”
La ascolti sorridendo dolcemente e mi segui in salotto. Con tono leggero guardiamo i DVD nello scaffale e, scelto uno che piace a te, ti sistemi sul divano.
“Isabella è meravigliosa. E’ una donna così forte, così dinamica, così splendida. Capisco come hai fatto a innamorartene. Persino io sono stata risucchiata.”
“Vorrebbe dei figli…” Mi lascio scappare non volendo.
“Perché non li avete?”
“Perché non ho voluto.” Mi guardi confusa, poi sgrani gli occhi e attorcigli le dita una con l’altra.
“E’ per colpa mia. E’ perché abbiamo litigato e non ti ho più voluto.” Annuisco debolmente.
“Avevo il terrore di commettere degli errori, di sbagliare qualcosa ancora una volta e di perdere tutto di nuovo. Temevo che potesse succedere come con te. Ho fallito con te e avevo la stramaledettissima paura di fallire ancora. Bella non si merita un uomo a metà e i nostri figli non si meritano un padre rovinato.”
“Ma ora che… ora che abbiamo parlato è cambiato qualcosa, giusto?”
“Tu vorresti che le cose cambiassero?”
“Spesso in questi anni mi sono chiesta cosa avrei fatto se fossi venuto a chiedermi scusa, a spiegarmi… la prima idea era quella di non ascoltarti, poi quella di sentire qualcosa che non era piacevole, per ultimo immaginavo di perdonarti e di venire a vivere con te. Non so se sono pronta per questo passo, però forse un fratellino mi piacerebbe.”
“E tra noi… cosa vorresti che cambiasse?”
Ci rifletti per qualche secondo, poi ti passi una mano tra i capelli nel gesto che hai preso da me e fissi la tv davanti a te per qualche secondo. Poi ti volti a guardarmi fisso negli occhi.
“E’ passato tanto tempo e abbiamo bisogno di conoscerci per ciò che ci siamo persi ma… non sarebbe affatto brutto vederci ogni tanto. Parlare, cenare insieme… pensi sia fattibile?”
Scoppio di gioia. Una notizia meglio di questa non potevi darmela. Non mi sarei mai aspettato che da questa giornata ne uscisse tutto ciò eppure sei qui. Sei disposta a darmi una seconda opportunità che afferro al volo.
“Penso sia meraviglioso.”
“Bene.”
“Bene.”
“Ho finito ragazzi, accendete il film!” Isabella si siede al mio fianco e lascia te alla mia destra. Erano anni che non mi sentivo così bene, così rilassato. “Elizabeth ti ho preparato la camera, il letto è grande e ci sono le lenzuola pulite, i peluche li ho messi dentro l’armadio.”
“Grazie Isabella, per tutto.”
“E’ stato un piacere!”
Mia moglie appoggia la testa sulla mia spalla e mi lascia un bacio sul petto, con il braccio le avvolgo le spalle e le bacio la nuca. Tu invece sei a distanza, eppure ogni scena nuova del film ti fai più vicina. Oh, le vecchie abitudini non muoiono mai.
A metà film hai appoggiato la testa sulla mia spalla e poco dopo ti ho circondata con il braccio destro. Isabella mi ha sorriso dolcemente e io ho chiuso gli occhi per godermi quella sensazione paradisiaca.
“Mi è mancato tutto questo…” Mormori soavemente.
“Anche a me. Dannatamente tanto.”
“Pensi che… possiamo rifarlo qualche volta?”
“Sì, assolutamente.”
“Okay”
“Edward, ti spaccherai la schiena. Non ha più dodici anni!”
“Non importa.”
“Sei cocciuto come un mulo!” Isabella sparisce in camera nostra mentre io cammino lentamente verso la camera con te addormentata tra le mie braccia. Sei cresciuta parecchio dall’ultima volta che ti ho portata così. Ti stendo sul letto e ti adagio di sopra una trapunta. Ti accarezzo una guancia e di colpo apri gli occhi spaesata.
“Dove sono?”
“Ti sei addormentata sul divano mentre guardavamo il film, ti ho portata a letto.”
“Proprio come ai vecchi tempi”
“Sì, solo che sei cresciuta dall’ultima volta!” Ridacchi e chiudi gli occhi, quasi estasiata.
“Eppure ce l’hai fatta.”
“Sono grande e forte!”
“E sei un eroe.”
“Lo ero un tempo, lo ero!”
“Tornerai ad esserlo, senza ombra di dubbio!”
“Mi fa piacere sentirlo. Ora dormi. Ci vediamo domattina a colazione.”
“Buonanotte!” Sto per uscire dalla camera quando mi chiami. Questa volta il suono è melodioso, incerto, titubante… ma maledettamente giusto.
“Papà?”
“Sì, piccola?”
“Mi sei mancato tanto.” La luna ti illumina il volto e vedo una lacrima scendere giù. Ti raggiungo in due falcate e mi piego ad abbracciarti. Ti adagi sul mio petto e mi stringi forte.
“Anche tu piccola, anche tu. Mi sei mancata in ogni momento della giornata, mi sei mancata come l’ossigeno, come il cibo, come una bottiglietta d’acqua in mezzo al deserto. Mi sei mancata tanto da impazzire. E non puoi immaginare la gioia di tenerti stretta tra le braccia e di sentirti chiamarmi papà.”
“Ho fatto tanti errori, potrai perdonarmi?”
“Solo se tu perdoni me.”
“Ti ho già perdonato, papà!”
“Oh piccola mia! Oh piccola!”
Non riesco a frenare le lacrime che scendono dai miei occhi, non sapevo di essere così pappamolle.
“Papà… so che passerà ancora del tempo prima di tornare nei binari giusti ma mi farebbe piacere poter cenare con voi qualche volta e…”
“Non c’è neanche da chiederlo, tesoro. Tutto quello che vuoi. Oh piccola, quanto ti voglio bene!”
“Anche io te ne voglio papà. Davvero credimi, mi sei mancato tanto. Tanto.”
“Non importa. Non importa. Ora sei qui. Oh bambina!”
Non riesco a dire e fare nulla di diverso da ciò che continuo a fare da dieci minuti: tenerti stretta, piangere e mormorarti quanto ti voglio bene. Anche tu sta piangendo, mi domandi scusa, chiedi perdono e mi dici che mi vuoi bene.
Cosa potrei volere di più dalla vita, in questo momento? Niente. E’ perfetta così.
Quando riesco finalmente a staccarmi da te siamo entrambi provati, ti sistemi sotto le coperte e mi sorridi, tenendo ancora stretta la mia mano. Mi sei mancata così tanto, piccola, che non mi sembra vero averti qui.
“Ci vediamo domattina a colazione. Buonanotte piccola, sogni d’oro!”
“Buonanotte papà!”
Mi chiudo la porta alle spalle e mi fiondo in bagno, appoggio la testa alla porta e sospiro. Non so se credere che tutto ciò sia la verità o sperare di svegliarmi il prima possibile da questo sogno meraviglioso. Mi lavo i denti e raggiungo mia moglie a letto. Ha gli occhi rossi e stringe tra le mani un fazzolettino di carta. L’abat-jour sul comodino è accesa in stanza, una lieve luce calda che mi rilassa. Mi avvicino al suo comodino e afferro il blister che tiene nel primo cassetto, poi apro il cassetto del mio comodino e afferro la scatola di preservativi. Li getto nel cestino dell’immondizia e mi infilo sotto le coperte.
“Ora sono pronto ad andare avanti con la mia vita, amore. Con la nostra vita. Grazie per stasera, ti sarò riconoscente a vita!” Mormoro baciandole la testa.
“Vi ho spiati… scusa!”
“Non ti preoccupare, mi risparmi solo la fatica di raccontarti tutto!”
“E’ andata bene, mi pare!”
“E’ andata meglio di ciò che speravo. Abbiamo parlato tanto, ci siamo perdonati a vicenda, lei tornerà a fare parte della mia vita e io voglio far tornare questo matrimonio in carreggiata, voglio dedicarmi anche a te, al nostro futuro, alla nostra vita.”
“Vuol dire che… vuoi dei bambini?”
“Sì, sì. Se tu mi ami ancora… se tu vuoi ancora la nostra famiglia!”
“La vorrò sempre amore, la vorrò sempre. Elizabeth è finalmente tornata a casa e ti amo ancora più di prima!”
“Anche io.”
“Bene… allora forse dovremmo cercare di dare una spinta a questa famiglia e tentare di fare dei bambini!”
“Sarà ancora in circolo l’ormone della pillola, amore.”
“Oh, io non credo!” Mi sorride maliziosa.
“Che hai combinato?”
“Niente! Diciamo solo che ho smesso di prendere la pillola da qualche mese… e che i preservativi che hai usato erano quasi tutti bucati!”
“Bella!” Mi stacco da lei sorpreso. Mi sorride e mi scopro a ridacchiare con lei.
“Ti amo Edward, ti amo da impazzire. Non sapevo quanto ancora ci sarebbe voluto perché tua figlia tornasse… ma non potevo aspettare in eterno. Io voglio dei bambini e li voglio da te. Voglio la nostra famiglia!”
“Sei una pazza. Ma ti amo alla follia!”
“Anche io!”
“Bene… allora questi bambini?”